Recensione: Watershed

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C'è poco da fare: nell'odierno panorama musicale gli Opeth rappresentano una realtà unica. E non soltanto in senso banale, in riferimento alla particolarità della loro proposta o alla qualità della loro discografia. Non si tratta di aspetti che si possano liquidare in due battute, certo, ma a ben guardare l'unicità degli Opeth risiede altrove.

Facciamo un passo indietro. Siamo nel 1995: nell'ombra di qualche negozio musicale specializzato sboccia un'orchidea lilla, ritratta sulla copertina del debutto di una misconosciuta formazione svedese. Pochi la notano, ancora meno la colgono. L'oscura bellezza dei petali di ‘Orchid' guadagna ai giovani Opeth la stima incondizionata dei primi fan, non basta tuttavia a guadagnare anche il successo su larga scala. Quello arriverà sei anni e tre capolavori più tardi, a seguito di quel ‘Blackwater Park' che finalmente si impone innanzi a un pubblico sempre più vasto, sempre più stupefatto. Giusto il tempo di appassionarsi prima dello shock, con la doppietta ‘Deliverance'/'Damnation' che mette tutto a soqquadro, dividendo ed esasperando le due facce della band, quella tetra e violenta contro quella poetica e riflessiva. Arriviamo così al 2005 e all'inevitabile ricongiungimento dei sentieri appena divisi: ‘Ghost Reveries' ricostituisce l'identità di un sound del resto ormai stabile e definito, che neanche una robusta innaffiata di influenze progressive sembra più in grado di alterare. Mentre voci sempre più rumorose acclamano il nome della band di Akerfeldt – il quale da par suo si gira mezzo mondo per tener dietro ai tour e alle sue mille collaborazioni esterne – qualcuno fra i fan della prima ora ode nel clamore generale un primo, flebile campanello d'allarme. A differenza di chi in pochi mesi si è fagocitato una discografia imponente per contenuti e dimensioni, la vecchia guardia si rende conto dopo un decennio di fedeltà che l'età delle sorprese è finita. La ricetta ormai è nota, il brivido per “il nuovo disco degli Opeth” s'è placato. Non resta dunque che attendere la caduta del gigante, della cui altezza i più si sono forse accorti troppo tardi?

Fermi tutti, arriva ‘Watershed'. E spiega in che senso gli Opeth sono assolutamente unici. Di norma, dopo un lungo periodo di attività, quando una band sembra aver trovato la propria via, è facile che tolga il piede dall'acceleratore, si assesti sulla carreggiata e si affidi a mestiere ed esperienza, badando soprattutto a non uscire di strada con qualche manovra dissennata. Quando va male, il che ahinoi significa spesso, quando il carburante comincia a esaurirsi e la linfa vitale viene meno, la macchina si ferma, il fiore appassisce. Allora è soprattutto il nome depositato dalla ditta a mandare avanti la baracca, attirando da un lato le critiche più spietate, dall'altro gli elogi più ostinati, ma pur sempre suscitando gran clamore – che alla fine è quel che interessa a chi vende.
 
Gli Opeth no. Sono diversi. Sono unici. Perché l'età delle sorprese è davvero finita, perché chi acquista un disco degli Opeth sa esattamente cosa aspettarsi ma, questa è la vera sorpresa, la qualità dei loro album non sembra conoscere flessione. Nessuno dirà di ‘Watershed' che si tratta di un disco innovativo, di una svolta per gli Opeth o per una scena musicale di sorta. Le novità, pur presenti, sono tocchi di cesello, rifiniture di uno stile che non vuole e non ha bisogno di rivoluzioni. Uno stile che seppur noto riesce chissà come a non essere mai prevedibile. Al punto che nel 2008 possiamo ancora ammirare un pezzo d'autore come ‘Lotus Eater', hit annunciata già avanti all'uscita dell'album, che al gusto lirico tipico del poeta Mikael osa sovrapporre una sfuriata ritmica di inusitata violenza e un'estemporanea parentesi funky. Così che vien da chiedersi: in quante altre discografie potremmo trovare un pezzo simile? Si prenda altrimenti ‘Heir Apparent', che fra imperiose accelerazioni e vaghe riminescenze psichedeliche suggella implicitamente l'alleanza Akerfeldt-Ihsahn – già annunciata in ‘angL' – fagocitando e rigurgitando armonie allevate alla corte degli Emperor. Oppure ‘Porcelain Heart', ipnotica, seducente, romantica: un bozzolo di seta che lentamente si raccoglie nel corso di lunghe pause acustiche per dischiudersi in una magnifica esplosione elettrica, salvo di nuovo ricomporre la crisalide e ricominciare da capo l'indolente cerimonia.
Sembra tutto facile – dalle prime note dell'acustica ‘Coil', che esibisce l'inedito contributo vocale femminile di Nathalie Lorichs, fino alle ultime battute di ‘Hex Omega', sfoggio di ordinaria perizia tecnico-compositiva – tutto all'ordine del giorno per una band come gli Opeth.

Ma non è facile. Non è facile proprio per niente, perché il successo di ‘Ghost Reveries' rischiava davvero di prosciugare l'inventiva degli svedesi, perché la perdita di due pedine fondamentali come Martin Lopez e il co-fondatore Peter Lindgren avrebbe potuto facilmente compromettere l'esito di tutta l'operazione. I nuovi innesti hanno lavorato sodo, ci hanno messo l'anima, e si sente. Fredrik Åkesson alle sei corde ha posto al servizio della band tutta l'esperienza e l'eclettismo accumulati in anni di collaborazioni con Krux, Talisman, John Norum, Arch Enemy, Tiamat: l'inserimento nelle dinamiche del gruppo e, in particolare, l'affiatamento raggiunto con Akerfeldt è sorprendente se si considera il tempo relativamente breve a disposizione. Compito se possibile ancor più arduo è spettato all'altrettanto esperto Martin Axenrot. Il tocco di Lopez è del resto unico, e con ogni probabilità resterà sempre ineguagliato e ineguagliabile nelle orecchie dei fan; ciononostante il nuovo Martin si cala con autorevolezza nella parte. Sa guidare e prendere l'iniziativa, forte di una tecnica che più d'un collega avrà ragione di invidiargli, ma sa anche trattenersi dagli eccessi di esibizionismo: esemplare in questo senso il controllo dimostrato su ‘Hessian Peel', il brano più lungo della tracklist, strutturalmente fra i più articolati, che con le sue ampie sezioni strumentali avrebbe facilmente potuto prestare il fianco a divagazioni superflue.

A guardarlo ora non si direbbe, ma forse per un momento il gigante ha rischiato davvero di cadere – e certo molti avrebbero goduto del suo tonfo. Niente da fare: gli Opeth non hanno nemmeno barcollato. Hanno vinto quella che potrebbe essere la più impegnativa fra le sfide affrontate sinora nella loro carriera, e non l'hanno vinta con il solo mastiere, ma anche e soprattutto con il talento e la determinazione. Hanno composto un album, l'ennesimo, all'altezza degli standard di eccellenza con i quali hanno viziato il proprio pubblico, che oggi può scegliere in una tracklist priva di flessioni il proprio pezzo favorito – per il sottoscritto ‘Burden', magnifica ballad dal finale stridente, contesa fra flebili sussurri bluesy e incantevoli suggestioni prog anni ‘70 – con una libertà che soltanto i grandi possono concedere.
Mirato da buona distanza, una volta placato il fuoco dell'entusiasmo, ‘Watershed' mantiene salde le proprie virtù musicali e si dimostra quanto di meglio prodotto dagli Opeth dal 2001 a questa parte. Non resta dunque che constatare l'ennesimo colpo messo a segno dall'Atlante svedese, che nonostante otto pesantissimi album sulle spalle non sembra volerne sapere di poggiare il ginocchio a terra.

Ma neanche questa ormai è più una sorpresa.

Riccardo Angelini

Tracklist:
1. Coil
2. Heir Apparent
3. Lotus Eater
4. Burden
5. Porcelain Heart
6. Hussain Peel
7. Hex Omega

 
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