Recensione: We Are The Void

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Mettiamoci il cuore in pace e apprestiamoci a recensire il difficile nuovo capitolo della ormai lunga vita discografica dei Dark Tranquillity, gruppo che è persino inutile illustrare ai fan del metal, oggigiorno. Diciannove anni sono passati da quel Trail of Life Decayed diventato poi EP di culto che ne segnava i primi vagiti, e in diciannove anni, di acqua sotto ai ponti ne passa tanta. Nel loro caso, troppa forse ne passò nei primissimi anni, quando il gruppo esplose letteralmente nell'arco di due album.

Passato un decennio ruggente, quegli anni '90 in cui hanno in sostanza definito quasi da soli i contorni di un death, tecnico e progressivo mai in stallo, i Dark Tranquillity iniziarono infatti il nuovo millennio con un Damage Done che riportava tutto a una formula molto più semplice, mantenendo la melodia ma gettando alle ortiche tecnica e progressione. Danno fatto, appunto? Probabilmente dipende dai gusti.

Quello che ci compete però giudicare è che We Are The Void è il quarto album in fila, nello spazio di ormai otto anni, a non cambiare sostanzialmente di una virgola il sound degli svedesi. Questo ovviamente non è necessariamente negativo, anche se per qualcuno che li conosce bene, e dagli inizi, potrebbe diventarlo; quello che è negativo è che l'album, di nuovo, esprime mediamente poco.
Se infatti Character e Fiction riprendevano con modifiche minime e superficiali lo stesso spettro emotivo, ma ne proponevano comunque uno, We Are The Void è di una freddezza disarmante anche per chi sia disposto a concedergli le attenuanti più pesanti. Soprattutto Fiction si identificava con la sua copertina - un'immagine grigia, indefinita, astratta - e riusciva ad affascinare proprio per la sua mancanza di contrasti; qui siamo invece al quasi piattume sulla maggior parte dei pezzi. E non è nemmeno il peggio.

Il peggio è infatti che un disco scolastico contenga anche riff disarmanti (ho già usato questo aggettivo?) come quello del bridge di Shadow in Our Blood, o il perenne, invadente pianoforte di Martin Brändström: davvero i Dark Tranquillity hanno bisogno di lui per dare una melodia a ogni singolo chorus di un disco? Il peggio è anche, e duole davvero dirlo, che a un batterista che ha suonato dischi come i primi di questa band, Anders Jivarp, si possa sostituire una drum machine senza peggioramenti apprezzabili.

A fare il lavoro sporco e tenere We Are The Void a galla sono il mestiere del gruppo e la classe indubbia di un cantante e liricista come Mikael Stanne, ultimo valore aggiunto del combo dopo gli abbandoni morali di Niklas Sundin e Martin Henriksson, le chitarre più piatte del melo-death. Solo tre pezzi su undici, e siamo buoni, si alzano sopra la media: su tutte la tenebrosa Arkhangelsk, che svolge il ruolo appartenuto a Inside the Particle Storm sul disco precedente. Le restanti, The Fatalist (scritta sicuramente come inno da concerto) e la conclusiva, atmosferica Iridium, lottano comunque per emergere da una delle tracklist, o forse LA tracklist, meno ispirate della loro carriera.

Siamo severi? Certo, ci mancherebbe altro. Non si diventa idoli di una scena senza creare un suono e uno stile, e non lo si rimane se non si sa quantomeno essere alla propria altezza, anche senza per forza sfornare capolavori ogni volta. Ma da un vecchio calciatore stanco come i Dark Tranquillity ci si aspetta perlomeno onestà, e con onestà li si tratta: sperando ancora in qualche guizzo di vera classe, almeno ogni tanto. Con We Are The Void vengono invece sostituiti nel primo tempo per evidente calo di forma.

Alberto "Hellbound" Fittarelli

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Tracklist:

1. Shadow in Our Blood 03:46
2. Dream Oblivion 03:48
3. The Fatalist 04:32
4. In My Absence 04:47
5. The Grandest Accusation 04:55
6. At the Point of Ignition 03:52
7. Her Silent Language 03:33
8. Arkhangelsk 03:56
9. I Am the Void 04:00
10. Surface the Infinite 03:50
11. Iridium 06:43

 
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