Recensione: We Will All Be Gone

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Altra copertina minimalista (ma originale) per i Good Tiger, supergruppo che ha stupito nel 2015 e torna sulle scene con un altro disco dal minutaggio risicato ma gustoso. L’album è prodotto da Forrester Savell (Karnivool, Dead Letter Circus) e come ingegnere del suono è stato assoldato nuovamente Adam “Nolly” Getgood (Periphery, Animals As Leaders). Il full-length si apre con accordi semiacustici di sconfinata nostalgia e la voce altrettanto evocativa di Coleman, ma dopo i primi sessanta secondi “The Devil Thinks I'm Sinking” parte col giusto tiro melodico e potenza. Come opener non si poteva sperare in meglio, il falsetto, il basso pulsante e le chitarre abrasive fanno presentire aria di capolavoro. Decisamente metal-oriented “Float On”, con un refrain che richiama le linee vocali di Andy Kuntz dei Vanden Plas. In questo frangente i Good Tiger si ritagliano spazio per sperimentare un minimo e mostrare il proprio lato più muscolare e ruvido. Ancora fuochi d’artificio al microfono in “Such a Kind Stranger”, brano senza particolari highlight, ma coeso e innervato su una base ritmica quadrata e diretta. Per tornare ad avere i brividi ci vuole la successiva “Blueshift”, il miglior brano in scaletta per chi scrive. Dopo ripetuti ascolti il suo incedere magnetico e il ritornello ipermelodico continuano a convincere, risultando vividissimi ed emozionanti. Accade quello che si verifica con pezzi quali “Flatline” (Periphery) o “Frozen Butterflies” (Von Hertzen Brothers), degli istant classic che verranno ricordati negli anni a venire come rappresentativi del metal anni dieci. Arrivati a metà album, le impressioni sono più che positive. “Salt of the Earth” conferma quanto di buono sanno proporre i Good Tiger: sound saturo, chitarre poco metal ma comunque incisive, drumwork corposo e un Coleman d’applausi. Difficile non mettersi a cantare il ritornello a squarciagola. Appena sotto la media la successive “Grip Shoes” e “Just Shy”, mancano a tratti di mordente e risultano prevedibili nel loro sviluppo melodico. In “Nineteen Grams” ritroviamo certe sonorità djent e un sagace utilizzo delle sonorità di chitarra, che vanno da toni pesanti ad inserti semiascustici, passando per ritmiche pseudo-opethiane. In chiusura di paltter troviamo il divertissement ritmico “Cherry Lemon”, con Alex Rudinger a imitare il Portnoy dei LTE, e la ballad “I'll Finish This Book Later”. Quest’ultimo brano parte e termina su toni crepuscolari, ma ingloba una sezione centrale tiratissima, che forse si poteva gestire meglio, vista la collocazione in fine di scaletta.

Cosa dire dopo l’ascolto di We Will All Be Gone? I Good Tiger sono una delle band che hanno qualcosa di originale da dire nell’attuale panorama djent-prog. L’album dura meno di quaranta minuti, ma con il sound proposto è meglio non rischiare di peccare ingenuamente in prolissità. Niente suite, niente ipertecnicismo, tutto ruota attorno all’ugola d’oro di Coleman e alla grande attenzione riservata al trattamento sonoro delle chitarre. Se a questo aggiungiamo un piccolo capolavoro come “Blueshift” e il giusto equilibrio tra positività e malinconia che trasmettono testi e musica, non possiamo che promuovere a pieni voti We Will All Be Gone. La band statunitense deve ancora crescere, ma ha già regalato emozioni che difficilmente troveremo altrove.

Roberto gelmi (S. Rhadamanthys)

 
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