Recensione: West End

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Il 13 settembre 2019 è uscito “West End”, l’album che celebra i 30 anni dei The 69 Eyes; l’edizione speciale include anche un documentario sulla lunga storia della band. Sebbene sia difficile riassumere tre decenni di carriera in poche righe, possiamo contare su alcuni punti fermi che hanno caratterizzato la band e l’hanno resa iconica.

Dal punto di vista musicale il gruppo si distingue per un gothic metal con forti contaminazioni glam, uno stile spesso definito goth n’roll (da qualcuno che non conosce il termine cringe). Atmosfere dark si accompagnano quindi ad assoli di chitarra, ritmi incalzanti e ritornelli catchy, con testi che affrontano l’intero repertorio goth di amore, morte, e tutto quello che c’è in mezzo. Altri elementi che hanno contribuito al successo sono stati la voce del frontman Jyrki69, con la sua profondità distintiva, e un look misto a glam, punk e goth che non passa certo inosservato. Spesso accostati agli HIM e ai Type 0 Negative, i The 69 Eyes possono essere considerati i loro fratellini più rock n’roll (e tamarri, diciamocelo), mancando di quel tocco sofisticato che caratterizza queste due band.

“West End” contiene tutti gli elementi appena citati, e nel complesso sembra un buon album per gli amanti del genere; però ci si aspetterebbe qualcosa in più da una band che è sulla scena da così tanto tempo. ‘Cheyenna’ è un singolo che ti entra subito in testa ma alla fine non ti lascia nulla, specialmente se abbinato al video con la classica combo bellafiga-Harley, combo che era già vecchia 30 anni fa. Ma il vero problema è che per tutto l’intro ho cercato di capire di quale canzone degli HIM si trattasse.

La stessa sensazione di scopiazzatura ritorna più volte durante l’ascolto dell’album, per esempio in ‘Death & Desire’ o ‘Black Orchid’, che pure sono brani molto belli e atmosferici. ‘27 & Done’, pezzo che celebra gli artisti del cosiddetto 27 Club, è un’occasione persa. Mentre l’idea di base è interessante, il brano è musicalmente piatto e il testo povero, con il ritornello “Let's all die young, it's so easy and fun” che suona romantico e provocatorio solo se hai 15 anni. ‘Two Horns Up’ e ‘Burn Witch Burn’ rispecchiano bene lo stile della band e sono pezzi godibili, tuttavia non aggiungono nulla a quanto già sentito in passato. Il primo vede anche la collaborazione di Dani Filth alla voce, che ritroveremo insieme a Calico Cooper e Wednesday 13 anche in ‘The Last House On The Left’; questa è una delle migliori tracce dell’album, con un testo dark ma un’anima rock n’roll. ‘Outsiders’ è un altro brano abbastanza piatto che guadagna un po’ di personalità solo grazie al pianoforte danzante in sottofondo. Il disco si chiude con ‘Be Here Now’ e ‘Hell Has No Mercy’, che scorrono senza infamia né gloria, come se la band non avesse nemmeno provato a recuperare qualcosa sul finale.

Alla fine dell’ascolto quindi, ci si ritrova con una sensazione generale di piattezza. Ripeto, “West End” rispecchia bene l’identità del gruppo ma suona un po’ spento, con idee troppo banali e poco spirito creativo. Potrà forse essere apprezzato dai fan più accaniti della band, che cercano un certo mood e non si aspettano niente di diverso. Ma per l’ascoltatore più casuale è un compito a casa da 6, con qualche domanda ricopiata dai compagni di banco.  

 
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