Recensione: What We Left Behind…

Di Daniele D'Adamo - 21 Maggio 2017 - 8:37
What We Left Behind…
Band: Thyrant
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2017
Nazione:
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60

Nati due anni fa nel più classico dei modi – gruppetto di amici che suonano per diletto ma che poi, a un certo punto, si mette a fare sul serio – , i Thyrant fanno capolino fra la miriade di prodotti metallici con il loro debut-album, “What We Left Behind…”.

Gli spagnoli sono un giovane ensemble di vecchi, definizione forse un po’ irrispettosa ma che identifica con precisione due aspetti distinti ma concatenati fra loro. Da una parte, cioè, esiste una certa difficoltà a inquadrare il proprio marchio di fabbrica, lo stile con il quale identificare in maniera univoca se stessi. Dall’altra, c’è la consapevolezza che ogni singolo membro è in possesso di un esteso retroterra culturale che forma ne l’indispensabile bagaglio personale in materia.

Il risultato di tutto questo è un platter caleidoscopico, multiforme, ricco di tantissime contaminazioni, evidentemente facenti parte del ridetto background posseduto dai Nostri. In “What We Left Behind…”, difatti, ci si trova davvero di tutto. Heavy, thrash, hard rock, rock, black ed epic metal. Tanto che, alla fine, per identificare il genere, non si può che calibrarlo sull’unico aspetto che non muta mai: il growling. Il quale, dato anche atto che, comunque, il sound del disco è possente tanto da scivolare – seppure raramente – nei blast-beats, può accomunarsi al death metal. Tutto ciò dimostra inequivocabilmente che, di metal, Daniel Pérez e i suoi compagni, ne sanno e anche parecchio.

Troppa carne al fuoco? Un po’ sì, un po’ no. Va da sé che sommare tutti gli addendi sopra citati può ingenerare confusione. O, peggio, determinare una foggia musicale indecifrabile e sconnessa. Come se “What We Left Behind…” fosse una compilation di diverse formazioni, insomma. Ciò non accade se non in minima parte, per fortuna del combo di Málaga. D’altro canto, mischiare così tanti ingredienti può rendere la pietanza saporita. Le song del CD, quindi, sono dotate ciascuna di vita propria. Variano, si modificano, assumono forme diverse via via che si compie il tragitto dall’opener-track (‘Bury Me’) alla closing-track (‘Carving the Throne’).

L’idea che fonda “What We Left Behind…”, pertanto, è buona. I  Thyrant riescono a gestire la molteplicità dei generi menzionati unendoli in un sound abbastanza o meglio sufficientemente definito. Regalando all’ascoltatore la sorpresa dell’ignoto: «chissà cosa combineranno dopo l’hard rock di ‘Endless Hunt’…».

Detto dello stile, ponendo anche l’accento su una preparazione tecnica più che adeguata, non si può non rilevare, invece, il vero tallone di Achille del full-length: il songwriting. Fiacco e scontato, privo di barlumi che ne denotino un sufficiente talento di base. In una parola, “What We Left Behind…” tende ad annoiare. Se l’andazzo generale può considerarsi sufficiente ma nulla più, nello specifico la composizione è scontata e scolastica. Come se i Thyrant fossero privi di quel qualcosa in più tale da renderli davvero interessanti e potenzialmente in grado di emergere dall’underground.

Concludendo, il concetto di base che regola “What We Left Behind…” non è assolutamente da scartare. I Thyrant, però, dovranno impegnarsi di più nel cercare di trovare il quid compositivo che, a oggi, manca.

Alla prossima.

Daniele “dani66” D’Adamo

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