Recensione: Who Bit The Moon

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Non credo di sbagliarmi quando penso che il supporto ha sempre importanza per la produzione artistica e non mi riferisco alle diverse attività e forme di produzione artistiche, ma proprio al veicolo usato per la fruizione. E la Storie della Letteratura, della Musica e dell’Arte ce lo dimostrano. Ora è sotto gli occhi di tutti che il formato digitale e scaricabile da Internet ha preso il sopravvento e sta progressivamente sostituendo quello fisico, per la gioia di alcuni e lo sconforto di altri (qualcuno rimpiange l’odore della carta, quando pare che gli alberi odorino molto di più). Anche nella musica questo fenomeno è stato ed è imponente e, escludendo supporti qualitativamente bassi, oltre a portare una diffusione del prodotto prima impossibile, sta anche permettendo di produrre musica in una qualità audio in alcuni casi ottimale, di certo non inferiore a quella del cd. Insomma, sono pienamente convinto che anche il digital download stia cambiando la musica e il Prog, per sua vocazione, non può certo restare indietro o indifferente davanti a questa evoluzione.
Di certo a questo mai è stato indifferente David Maxim Micic, polistrumentista e compositore di Belgrado, a mio avviso tra i musicisti più futuribili, non fosse altro per quanto bene è calato nella contemporaneità. Micic è un pioniere, almeno nel Prog, della musica diffusa esclusivamente in digital download e non solo in mp3, ma, soprattutto, data l’importanza che il serbo pone nella produzione, in formati quali flac e wav. Micic ha iniziato a stupire nel suo piccolo nel 2011, scrivendo, registrando e mixando il primo elemento della trilogia Bilo e mostrandosi subito come autore talentuoso e dal gran gusto. Fino all’album protagonista di questa recensione, Who Bit the Moon, David ha prodotto tre album, appunto la pregevole trilogia Bilo (prettamente strumentale), e tre EP, tra cui i due complementari e ottimi Ego ed Eco (più aperti al cantato).
Il suo ultimo lavoro, uscito il 2 marzo del 2017, prosegue la formula da sempre adottata da Micic con una musica strumentale (qui non vi sono testi ma solo melodie vocali), dalla solida base di programming, dove è la creatività compositiva la protagonista e non la virtuosità, dove gli altri strumenti sono condotti con la raffinatezza tipica del musicista serbo e dove la produzione è un momento fondamentale. Tale formula qui matura e mostra, meglio di quanto fosse accaduto in passato, le potenzialità di Micic, che ha raggiunto una sapienza invidiabile nel dosare gli elementi creativi e un ottimale equilibrio. Who Bit the Moon è subito accogliente con un intro brevissimo di coro e archi, mentre si entra nel vivo con la seconda traccia, che presenta il motivo chiave dell’album: una chitarra solista che pare slegarsi dal riff con titubanza ma che poi vi riesce con ariosità. Tra djent, elettronica, jazz e post rock si sente per tutta l’opera l’anima creativa di Micic contorcersi e dopo prendere il volo, tornare di nuovo a piegarsi su se stessa e poi raggiungere vette ancora più alte, terminando libera e consapevole con l’ultima traccia, quella che dà il titolo all’album.
Who Bit the Moon è accogliente, subito ospitale, ma tacitamente complesso e intimo; pretende attenzione, ascolti reiterati e promette vere emozioni, quelle di un musicista che si è mostrato e si mostra sempre più completo e maturo, ben saldo sul suo percorso artistico, percorso che promette tanto e che ha già mantenuto davvero molto.

 

 
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