Recensione: Wild Cat

Di Filippo Benedetto - 7 Marzo 2004 - 0:00
Wild Cat
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Anno: 1980
Nazione:
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85

I Tygers of Pan Tang sono una band tra le più importanti di quello che viene comunemente definito la “New wave of British Heavy metal”. Si formarono verso la fine del 1978 con la seguente line up: Jesse Cox alla voce, Rob Weir alla chitarra, Rocky Dick al basso e il fratello Brian alla batteria. La prima performance live risale a questo periodo ed ebbe luogo nel North East (UK) dopodiché il combo, forte di un contratto con la Neat Records, nel novembre del 1979 fece uscire il primo singolo: “Don’t touch me there”. Il singolo fu accolto abbastanza bene e permise ai Tygers of Pan Tang di firmare un contratto discografico con la Major MCA Records, che permise al gruppo di registrare il seguente singolo “Rock and Roll Man”. Da questo momento, siamo nel 1980, la band andò in Tour con altre bands come Iron Maiden, Saxon, Def Leppard, Magnum e Scorpions ed ebbe la possibilità, in seguito, di pubblicare un terzo singolo dal titolo “Suzie Smiled”. A questo punto alla band, con la line up sopra citata,  si cimentò nelle registrazioni di “Wild Cat”, l’album del debutto discografico qui oggetto di recensione.

“Wild Cat”, ad una sola settimana dalla sua uscita, si posizionò alla 30ma posizione nelle charts britanniche e rappresentò una buona premessa per la costruzione di una solida carriera del combo. Infatti, grazie a questo buon debutto discografico, il gruppo (dopo aver reclutato nelle proprie file l’ex Streetfighters John Sykes) ebbe la possibilità di partecipare al “Reading Festival” suonando davanti a 60.000 kids!

Cominciando dall’analisi della copertina, bellissima, vi troviamo raffigurata l’immagine di una tigre ruggente. L’immagine, in maniera eloquente, lascia  immaginare, dunque, quanta voglia di stupire l’ascoltatore abbia il combo che con questa cover front esprime, senza mezzi termini, la propria indole “selvaggia”.

Il disco si apre con “Euthanasia” (brano che poi verrà stampato in single version). Questa song mette in evidenza tutta la grinta del combo, che si lancia in un riffing ruvido ma preciso. Il drumming è trascinante e insieme al basso costituisce una buona sezione ritmica e da notare e la prestazione di Jesse Cox, molto graffiante e particolare. Molto ben eseguito l’assolo nella parte centrale che, con una distorsione lieve ma non meno incisiva, si innesta bene lungo il riff portante del pezzo. La successiva “Slave to freedom”, vede una sezione ritmica compatta che si svolge lungo ritmiche più sostenute, permettendo alle chitarre di sfornare un riffing più dinamico e aggressivo. Anche qui la voce di Cox si lascia notare ancora per le vocals dirette e “graffianti”. “Don’t touch me there”, track a suo tempo già uscita in single version, è un brano molto diretto, costruito su un riff portante grezzo e diretto allo stesso tempo. Qui la voce di Cox si fa quasi più roca e ancor più trascinante. L’irrompere dell’assolo (fulminante e deciso), poi, aggiunge ulteriore forza d’impatto al pezzo che a fine ascolto può essere considerato tra i migliori del platter.

Un duro riff , ritmato da pennate di plettro veloci, ci introduce a “Money”, quarta song del platter. Questo poi risulterà essere il riff portante di tutto il brano che poi, lungo ritmiche più cadenzate,  sfocerà in bel refrain. Un bell’assolo, inoltre, permetterà alla song di svilupparsi lungo tonalità leggermente più alte, incrementando il livello melodico del brano, per poi riposizionarsi in chiusura lungo il riff principale. La successiva “Killers”, introdotta da un giro di basso, è una track dove si impone in maniera molto evidente la forza d’impatto di ritmiche serrate e potenti. La efficace sezione ritmica permette alle chitarre di stendervi un riffing aggressivo sul quale, nella parte centrale, s’imporrà un assolo particolarmente selvaggio. Un’altra intro per basso apre la seguente “Fire Clown”, dove le chitarre ritmiche eseguono un efficace e diretto riff portante che viene supportato da un drumming sostenuto e pieno di dinamismo. Cox, con la sua voce particolare, si impone in tutta la sua bravura soprattutto nel refrain che precede, nella parte centrale, un assolo pieno di brio. Anche questa song può essere ricordata come una delle più riuscite del disco. “Wild Catz”, la title track, non attenua la forza e la grinta compositiva del combo che in questo brano si lancia in un serrato riffing efficacemente  sostenuto da ritmiche dinamiche.

Il riff portante tiene alta la tensione emotiva nell’ascoltatore che si lascia piacevolmente coinvolgere dalle vocals di Cox che, perfettamente innestate lungo le linee melodiche del brano, ritmano ala perfezione il bel refrain. La cavalcata di riffs non accenna a rallentare il proprio ritmo neanche quando irrompe un breve assolo, che compatta a dovere il sound diretto del pezzo nel suo complesso. “Suzie Smiled”, altra track a suo tempo uscita come singolo promozionale, viene introdotta da un riffone heavy rock molto convincente che, sostenuto da una sezione ritmica precisa, si sviluppa, in seguito, lungo linee melodiche ruvide ed aggressive. Il brano è quasi martellante, soprattutto nel refrain molto ben eeguito sia a livello di vocals che strumentale. Il risultato, a fine ascolto, è sicuramente convincente.  Il disco sta quasi per volgere a termine, quando irrompe un altro riffone heavy che introduce a “Badger Badger”, nona song del platter.

Qui il drumming si impone per ritmiche meno sostenute, ma comunque fondamentali nel sottolineare il riff portante che si denota una certa vivacità. Il suono delle chitarre qui si impone maggiormente per incisività e “profondità” e la varietà dei cambi di tempo (un susseguirsi, ben ragionato, di parti più sostenute a momenti più rilassati) rende la song interessante. La conclusiva “Insanity”, introdotta da risate “insane”, vede un riffing prima efficace e preciso, poi dinamico e poi ancora “curato”. Infatti verso la metà del pezzo assistiamo ad un coinvolgente crescendo nel quale le chitarre sfoggiano riffs melodici molto suggestivi. La song poi si riposizionerà lungo le coordinate musicali d’apertura in una sorta di “cavalcata sonora” molto convincente (merito come al solito della pregevole sezione ritmica).

In conclusione questo “Wild Cat” è un gran bel disco che, insieme ad altri dischi d’epoca (possiamo citare ad esempio “Iron Maiden”, “AngelWitch”, ma ce ne sarebbero tanti altri da menzionare), può essere considerato, usando un’immagine metaforica, un tassello importante e fondamentale del “puzzle metallico” che andrà a comporre il quadro della NWOBHM. 

 

Tracklist:

1. Euthanasia
2. Slave To Freedom
3. Don’t Touch Me There
4. Money
5. Killers
6. Fireclown
7. Wild Catz
8. Suzy Smiled
9. Badger Badger
10. Insanity

NB.

Nella ristampa del 2000 sono state aggiunte le seguenti songs:

11. Rock ‘n’ roll man
12. Alright on the night
13. Tush (Deep Purple cover)
14. Straight as a die
15. Don’t take nothing
16. Bad times
17. Burning up
18. Don’t touch me there

Inoltre nella versione remaster del cd le ultime tre songs (originali dell’LP) risultano oridnate diversamente
 

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