Recensione: Winter

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Si dice che la nostalgia sia un processo che va a ondate. Nella mia ormai lunga carriera di emigrato (lunga quanto la carriera su queste pagine), non mi è mai capitato di soffrirne. Ma ho visto altri soffrirne, e posso dire che è così. Cosa c'entra con Winter, quinto disco degli inglesi Fen? Che le atmosfere lente e malinconiche cui il trio ci ha abituato siano particolarmente adatte da ascoltare nei momenti di nostalgia? Probabilmente sì.

Il fatto importante, però, è che, come la nostalgia, anche l'ascolto di Winter va a ondate. E bisogna spiegar con calma perché. L'ultimo Carrion skyes,  non aveva fatto una gran impressione, almeno a nostro parere. Nel tempo trascorso da quell'uscita, in effetti, il bisogno di tornare a quell'album, ben fatto ma povero di idee, non è mai stato particolarmente alto. Quindi niente ondate. Con questo Winter, invece, uscito appena due settimane fa, di ondate se ne sono sentite parecchie. 

I primi ascolti, a tutti gli effetti, sono una mazzata bella e buona. I sei pezzi scorrono a meraviglia. Poco importa che solo l'ultimo di essi (Sight) abbia un minutaggio inferiore ai 10 minuti e che l'album, di conseguenza, ne duri più di '70. il songwriting dei Fen, in questa sede, si rivela nel suo massimo splendore, arricchito di elementi piuttosto interessanti. 

Si sentono, nei momenti furiosi della opener Pathway, ma in tutto l'arco del disco, riff lamellari e assassini che sembrano mutuati dagli ultimi Enslaved. Con ultimi Enslaved – dato che i norvegesi cambiano stile ad ogni disco – si intende espressamente l'album “In Times”. Oltre a questo, l'equilibrio tra momenti veloci e intermezzi atmosferici (soprattutto nelle tracce Interment e Sight) sembra meravigliosamente costruito e maledettamente ispirato.

Dopodiché, per qualche strano motivo, col procedere degli ascolti il disco sembra perdere tutto il suo appeal. Forse qui, ancora una volta, galeotto è il minutaggio, ma l'idea di fondo è che, come in Carrion Syes, i Fen non abbiano granché da dire. I pezzi si fanno nebulosi, paiono estranei, si impantanano spesso e sfuggono alla memoria – con l'esclusione di Interment. 

Ma la verità è che Winter, da un lato, e questo va ammesso, non aggiunge granché a quanto detto finora dai Fen. Pur tuttavia, rimescola parecchie carte in tavola. Oltre ai riff “alla Enslaved”, in effetti, ci vuole un po' ad abituarsi a quella che è una sensibile deviazione verso la galassia del post rock. Ci vuole molto, molto più di quanto non sembri, per entrare in sintonia con pause di calma sospesa che sembrano non finire mai. Ma quando questo succede, il disco riprende quota. Torna, pian piano a funzionare. E rivela, in effetti, una certa evoluzione nei canoni della band inglese – cosa che non si vedeva da epoche. 

Dove porterà questa evoluzione, però, lo sanno solo i Fen. Ma i Fen, ad ora, tornano a prender quota, escono dal pantano che portano nel nome e regalano un disco ispirato e valido. Tornano ad essere una band da seguire, tra le più interessanti del black. Una band matura, ma che ha ancora voglia di rischiare qualcosa. E ammettiamolo pure. Dopo una prova un po' sottotono, avevo nostalgia di questi Fen.

 

 
79