Recensione: Wish For Destruction

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La seconda fatica da studio dei sette milanesi segnala un notevole balzo in avanti a livello di sound e personalità: scrollatisi da gran parte delle soluzioni power/epic dei capiscuola (Rhapsody in prima linea), riescono a concepire un album compositivamente fresco e piacevole, incentrato su un concept futuristico di buono spessore evocativo.
Il songwriting è di ottimo livello, ispirato per la quasi totalità del disco, e deve molto sia alla lezione power sinfonica, sia alla più violenta corrente death melodica di Arch Enemy e Children Of Bodom: basta ascoltare la titletrack, che arriva dopo un'intro, per iniziare lo spettacolo. Violente stoppate e tanta aggressività, cattivissime vocals maschili si alternano a quelle femminili più cantabili per un ritornello molto powereggiante. Breve break e poi assolo al fulmicotone sulla ritmica precedente.
Più standard la successiva "7even", che non mi ha colpito più di tanto forse perché troppo "nel coro". Ne esce abbastanza bene, invece, "World Leaders", sapientemente arrangiata: riffing e melodie che a tratti mi hanno ricordato i Falconer, mentre la trovata che mi è piaciuta di più è stata quella di rifarsi a certe melodie psichedeliche sul ritornello, davvero interessanti. Notevolissimo lo stacco di batteria per un finale di gran classe.
E' quasi screaming quello che introduce la potentissima "Beyond Science", a ribadire l'accostamento tra power sinfonico e metal più estremo, mentre un altro pezzo forte arriva con "Bleeding Town", grandissima prova del batterista "Destruction", ma degnissimo anche il lavoro delle chitarre soprattutto sul roboante riffing iniziale. E neanche fosse il caso di sottolinearlo, ancora azzeccati i duetti tra Patrick Wire e Leanan Sidhe, che si uniscono nel chorus come la lezione insegna. Spigliatissimi sui break si prendono persino la briga di concedersi una soluzione manowariana... Gustosa!
Tornano gli stoppati/strappati in "Here Comes The Fire", e si ripete il concetto già espresso in precedenza: violenza e melodia trascinano il sound dei Beholder senza un attimo di tregua, con risultato davvero apprezzabile. Forse esagerata la citazione ai Goblin di "Profondo Rosso".
Con "Failure 617" si va sul cibernetico, l'atmosfera è apocalittica e i synth spadroneggiano nel creare il giusto fondale futuristico. Per il resto si tratta di un altra heavy track dalle tinte psichedeliche, con linee leggermente fuori dal seminato, forse anche per merito di effetti e sovraincisioni, ad ogni modo mai eccessivi e protagonisti. Un po' slegato ma di buona caratura tecnica, l'intermezzo pianistico, prima della conclusione davvero inattesa...
Conclude l'album "Ultimate Elimination", dalle atmosfere sinfonico-futuriste di ottimo effetto, rese dal purpleiano Hammond di Mark Vikar.
Unico appunto che mi sento di fare al buonissimo lavoro, potrebbe essere la ripetizione di certe melodie, soprattutto nei ritornelli, ma non vuol dire che questo potrebbe divenire un marchio di fabbrica per il sound dei Beholder, che mi sento di promuovere in toto, anche per incoraggiare il metal nostrano, troppo spesso vittima di invidie e gelosie: vero Beholder?

Tracklist:

1. Creation
2. Wish For Destruction
3. 7even
4. World Leaders
5. Beyond Science
6. Bleeding Town
7. Here Comes The Fire
8. Deadlock
9. Failure 617
10. Ultimate Elimination

 
76