Recensione: Wolfblood

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C’erano una volta i motor city 5 e ci sono oggi i motor cycle men dell’Acciaio Italiano. Gli spazi fra le due parole sono forzati ma voluti. Se i primi incarnarono il ruolo di precursori di certune violenze applicate alle sette note, poi declinate al meglio dal Punk e dall’heavy metal, in quel di Detroit, i secondi infiammarono la scena HM tricolore dopo aver calcato le pregiate assi dell’Hammersmith Odeon a Londra. Il tempio dell’Acciaio mondiale, all’epoca.

La parabola artistica dei Fil Di Ferro prese piede in quel del Canavese, ossia il territorio compreso tra Torino e la Valle d'Aosta e, verso est, il Biellese e il Vercellese, al crepuscolo degli anni Settanta. Dei fondatori, in formazione, ne è rimasto solo uno: il drummer Michele De Rosa, una delle icone dell’heavy metal nel Belpaese. Il binomio Fil Di Ferro – motociclette non avrebbe potuto essere più credibile nel momento in cui il vei sopraccitato, insieme con altri, diede il via al gruppo MC Hurricanes Italy, accostabile, per onori e oneri, a quello degli Hells Angels nazionali. Dei duri e puri, insomma, che badano al sodo, ricorrendo, in caso di bisogno e secondo un decalogo dalle regole rigidissime, anche alle maniere spicce. In entrambe le declinazioni si tira in ballo la Fede, sia essa figlia della siderurgia applicata alla musica piuttosto che emanazione del rombo di una possente Harley Davidson 1340 cc a carburatore. De Rosa a un certo punto dovette scegliere: o di qua o di là. Il tempo è uno solo e la persona non si può sdoppiare, nonostante la passione fortissima nelle due direzioni. Capelli al vento, una sera, all’imbrunire, sulla SS 460 di Ceresole, realizzò che se gli Hurricanes potevano fare a meno di lui in veste di membro effettivo, i Fil Di Ferro no. Una scelta di vita, senza dubbio, che portò la band ad annoverare sei dischi ufficiali e qualche uscita singola dal taglio particolare. I Fil Di Ferro da sempre rappresentano una certezza: dove ci sono loro c’è Metallo fumigante. Sebbene in carriera si siano concessi qualche flirt dal sapore hard rock, negli ultimi anni il combo capitanato da De Rosa ha riscoperto la propria anima heavy metal, sfornando prestazioni al calor bianco in sede live, grazie anche ad una line-up particolarmente compatta.

Accanto al drummer canavese vi sono infatti Miky Fiorito, antico compagno di mille battaglie, alla chitarra, la certezza Gianni Castellino al basso e Miss Paola Goitre alla voce. La trasposizione di cotanta fede nei confronti dell’HM ha un nome: Wolfblood. E’ il titolo del loro ultimo album, un’ora e spiccioli di heavy fucking metal declinato lungo undici pezzi. Il Cd, licenziato in regime di autoproduzione, si accompagna a un libretto di sedici pagine con tutti testi e una bella foto in denim and leather della band nelle due centrali. La copertina, a opera di Enzo Rizzi, rende il giusto. Per chi scrive risulta molto più efficace il disegno sul retro, che ritrae il classico lupo fildiferriano con alla sua destra la scritta Wolfblood posta in verticale, color rosso fuoco.

Wolfblood è un crogiolo di sonorità legate alla tradizione ma non suona per nulla stantio. L’impresa, sulla carta semplice, risulta viceversa ragguardevole, nel 2019. Da secoli, ormai, in ambito classico, si sta assistendo alla fotocopia della fotocopia di quanto già scritto nel passato. Poche sono le band che riescono a marcare la differenza, prevalentemente grazie a dei particolari. I Fil Di Ferro sfornano un lavoro dal sicuro appeal, che svela talune loro sfumature sinora sconosciute. Accanto a bordate di HM tout court (“Destiny Of The Gods”, “The Shining Priest Of The Night” e “Sacrifice”), convivono episodi dall’allure epica, sinora inediti per la band, ove l’esempio eclatante è “Warriors”, traccia posta al civico numero 3. La comunanza con i White Skull, oltre che nel cantato femminile, trova riscontro sulla base delle tematiche legate alla mitologia nordica.     

Se in “Wolfblood”, la canzone, Paola Goitre forza oltremisura, si rivela autentica mattatrice nel momento in cui non deve cantare in modalità bollocks off, licenza biologica permettendo, lungo “Memories And Thoughts” ove non pare nemmeno di aver a che fare con il combo di De Rosa. Notevole anche la successiva “The Curse Of The Werewolves”. A beneficiare del tocco giusto per i Fil Di Ferro 2019 le note sparate dalla chitarra di Fiorito, vecchio lupo del Metallo che sa coniugare al meglio i palpiti della tradizione con quelli che viceversa fanno suonare una band al passo con i tempi. “Bitter Is The Wind Tonight” è l’apoteosi per Paola Goitre, a proprio completo agio su di metriche umane, consegnando l’episodio più struggente del lotto. Una ballad epica da accendini al cielo. Ops, smartphone con luce accesa… 

Ad appannaggio degli inguaribili nostalgici, “King Of The Night”, tratta – ma registrata ex novo - dal First Take Promo del 2017, posta in chiusura, ove straborda l’antica furia del periodo Nwobhm. Una sorta di tributo al capolavoro della carriera, l’insuperato Fil Di Ferro del 1988.

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

 

 

 

 

 

 
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