Recensione: World Funeral

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Un'altra occasione sprecata: questo nuovo World Funeral poteva davvero rilanciare le quotazioni dei Marduk, che avevano deluso decisamente la maggior parte di critica e fans con il precedente La grande danse macabre, ma si limita ad integrare una timidissima voglia di sperimentazione nel classico sound della band, risultando solo a tratti convincente.

Iniziamo col dire che una prima, leggera sorpresa arriva dalla produzione: il suono è pieno come non mai, la chitarra di Morgan crea un muro non indifferente e sembra dare più robustezza anche alla sezione ritmica.
L'intro della prima ci fa capire subito che non sono cambiate però le tematiche espresse dai Marduk: satanismo e totale libertà individuale incontrano troppo spesso i più classici clichè del genere, cosa che non ci si aspetterebbe da una band-traino di un intero filone per anni. Ma proseguendo nell'ascolto ci accorgiamo che non è tutto qui, e che la band tende ad autocitarsi più di una volta già a partire dalla prima With Satan and victorious weapons: titolo chilometrico per una canzone drammaticamente standard, almeno per i Marduk, imperniata sulla velocità totale e già sentita e risentita nei precedenti album con un titolo diverso.

La seguente Bleached Bones invece cambia decisamente la rotta, rallentando i ritmi a livelli sabbathiani e mostrandoci un riffing scarno ma per la prima volta aperto in parte alla melodia, con un risultato tutt'altro che disprezzabile: provate anche a sentire il break centrale del pezzo, dove il drumming del nuovo arrivato Emil Dragutinovic si fa finalmente sentire in tutta la sua ricercatezza! Peccato che la canzone resti un episodio quasi del tutto isolato in tutto il disco: ce lo dimostra già la successiva Clooven Hoof, che rimanda di nuovo al celeberrimo Heaven shall burn... disco indimenticabile, ma vecchio di anni ormai, e con una lunga storia discografica a seguire; il songwriting si assesta però ancora sugli stilemi di quel tempo, con ritmi di nuovo serratissimi, senza comunque raggiungerne la qualità. Passiamo alla title-track speranzosi, ma scopriamo un altro pezzo scontato e, francamente, noioso: niente che "Panzer Division Marduk" o il citato "Heaven..." non abbiano già detto; solo gli assoli di Håkansson, vicini a quelli degli Slayer, ci fanno sobbalzare per un attimo sulla sedia, ma è solo un momento.

Subito dopo si passa ad un binomio stranissimo: la quinta To the death's head true torna a percorrere la strada tracciata da Bleached Bones e, precedentemente, sull'album "Nightwing", con riffoni quasi doom ed un drumming cadenzato ed evocativo. Senza essere nulla di particolarmente straordinario, la canzone si lascia ascoltare con piacere, risultando stranamente piena di feeling, gelida e coinvolgente. E' la seguente Castrum Doloris a sorprendere davvero: sembra di ascoltare un coro da osteria cantato in screaming e con chitarre al seguito! Ho avuto il serio dubbio che si trattasse di una sorta di rifacimento di un inno folkloristico, cosa che spiegherebbe la sua coralità e la distanza che lo separa dalla restante musica della band, ma non ho per il momento ricevuto conferme; resta il fatto che si tratta di una canzone abbastanza fine a se stessa, sterile, dato che trovo impossibile per i Marduk impostare un sound su un esperimento del genere ed il sound scade in ogni caso a livelli davvero bassi.

La seconda metà del disco non lascia più spazio a sorprese: Hearse, già utilizzata per aprire la strada all'album su un EP omonimo, Blessed Unholy e Night of the long knives premono di nuovo il piede sull'acceleratore con forza, ma non riescono a lasciare il segno in modo convincente, risultando pezzi più adatti ai sempre buoni live della band che all'ascolto su disco. Fa parziale eccezione, oltre ad una parte di "Night..." con riff di chitarra particolari, dal suono quasi industrial, la nona Bloodletting: un mid-tempo trasheggiante e quadrato, ancora abbastanza nuovo per i Marduk ma comunque banale ed inconcludente. Spetta poi all'autocelebrativa outro Blackcrowned chiudere un album con più ombre che luci al suo interno.

Preoccupa quindi seriamente la salute di una band che, da sempre conservatrice in maniera estrema, fatica a trovare uno sbocco con un sound per forza di cose limitato: questo disco si attesta su una sufficienza striminzita, raggiunta solo grazie ai pezzi più "coraggiosi", quelli in cui i Marduk dimostrano di avere ancora qualche idea e di poterla sfruttare senza cadere nel ridicolo. Ma ci si chiede ormai seriamente come possa questo gruppo ritrovare la qualità di un tempo dopo la débacle del penultimo disco e la parziale delusione di questo World Funeral: aspettiamo e speriamo, ma nel frattempo forse è meglio tenere un occhio aperto anche alle novità dell'underground.


Alberto "Hellbound" Fittarelli


Tracklist:

1. With Satan and victorious weapons
2. Bleached bones
3. Cloven hoof
4. Hearse
5. To the death's head true
6. World funeral
7. Castrum doloris
8. Night of the long knives
9. Bloodletting
10. Blessed unholy
11. Blackcrowned

 
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