Recensione: World of Power - The Lost 1989 Album

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Come scritto all’interno del sito della Blood and Iron Records, Eric "Ike" Baestlein, il chitarrista/capoccia dietro ai moniker Blind Legion, Lost Breed e Cardiac Noose, scavando all’interno del proprio archivio personale s’è imbattuto in un disco in realtà mai uscito: World of Power, sottotitolato per l’occasione The Lost 1989 Album, che secondo lui andava assolutamente pubblicato, anche se fuori tempo massimo. Probabilmente, dopo aver bussato invano ad alcune porte per metterlo sul mercato, s’è finalmente trovato di fronte a quella – spalancata per questo genere di operazioni - della label inglese sopraccitata, da sempre specializzata nel recupero di cimeli archeologici metallici sotto forma di bobine, musicassette e vinili. Un po’ come viene fatto alle nostre latitudini dalla gloriosa Minotauro Records, tanto per intenderci.

Le cronache metalliche narrano che, una volta fuoriuscito Scott "Wino" Weinrich dai Lost Breed, nel 1989, la band si accasò presso i microfoni in dotazione di Gary Tocco, e si chiuse in studio per incidere le tracce afferenti il singolo  Desert Fox/No Hope su 45 giri. L’alchimia era quella giusta e il combo Usa decise di darci dentro e scrivere altri pezzi, che avrebbero, nelle intenzioni, dovuto costituire la colonna vertebrale del primo, ufficiale, album di debutto. 

Negli anni Ottanta evidentemente non “girava” poi così bene neanche negli States, a certi livelli underground, tanto che i Lost Breed non approdarono a nulla sino al 1993, nel momento in cui un nuovo e permanente  singer – Pat Lydon - andò ad ingrossare le file della line-up, accanto a Baestlein e all’accoppiata formata da Vinny Augustine (Basso) e Jamie Silver (Batteria). Frutto di quell’incontro il contratto con la Hellhound Records e l’uscita del full length The Evil Between you and me.

Tornando a World of Power griffato Blood and Iron Records, si compone di dodici brani, fra i quali vi sono anche i due apparsi nel 7” autoprodotto del 1989.  Accanto a questi molti altri pezzi provenienti dai demo realizzati con ancora “Wino” in formazione ma cantati da Gary Tocco.  Alcune di queste canzoni, opportunamente riviste nelle liriche, saranno poi finite nel debutto del ’93.

Musicalmente l’etichetta presenta il prodotto, come ben scritto a chiare lettere nella parte cartacea al di sotto dell’alloggiamento fisico del Cd, come un concentrato di “Classic 1980’s America Biker Doom metal”… evvai con la proliferazione delle etichette che dicono tutto e niente! Sia ben chiaro, la classificazione essenziale serve, eccome, per distinguere un disco Black Metal da uno di Hard Rock, ma l’esagerazione terminologica, come in questo caso, si commenta da sola.

Musicalmente i Lost Breed si muovono all’interno di trame HM di matrice classica, senza picchiare più di tanto ma puntando sul mood. Non mancano episodi più legati al Metallo oscuro, anche se le coordinate utilizzate dai nostri mantengono sempre quei raggi di luce che non permettono accostamenti frettolosi con Saint Vitus e Black Sabbath, tanto per citare due nomi NON a caso. Highlight veri e propri non ve ne sono, fra la sporca dozzina si fanno ricordare la rolleggiante Money Talks, la fottutamente british oriented Desert Fox, la ruffianissima Midnight Sun e Westworld, con quest’ultima dal retrogusto nerissimo, Paul Chain docet.            

Il prodotto si accompagna a un sontuoso libretto di sedici pagine con scritto per filo e per segno la storia dei Lost Breed, tantissime foto e qualche annotazione tecnica.

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

 

 

 

 
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