Recensione: Wormwood

Di Daniele D'Adamo - 28 Settembre 2009 - 0:00
Wormwood
Band: Marduk
Etichetta:
Genere:
Anno: 2009
Nazione:
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50

Con una formazione per tre quarti immutata rispetto a Rom 5:12 (2007), la Panzer Division Marduk scende per l’undicesima volta sul campo di battaglia con Wormwood, partorito diciannove anni dopo l’ormai leggendario Demo #1.
Carriera lunghissima e feconda, quella degli svedesi, segnata da numerosi cambi di line-up, nonché da luci ed ombre. Ombre che si allungano minacciose anche sul nuovo full-length che, si vedrà,  appare confermare l’inesorabile declino del gruppo scandinavo, divenuto ormai un progetto autocratico di Morgan.

I tempi cambiano ed oggi, a partorire le migliori realtà in grado di spingersi con disinvoltura ai limiti estremi del black, sono le fredde lande dell’Europa dell’Est (Polonia in primis). I Marduk, non potendo più competere con queste nuove leve, cercano di esplorare territori limitrofi all’area dell’ortodossia black, contaminando in tal modo la caratteristica peculiare che li ha resi noti. Ma, come spesso accade, il tentativo di inserire nel sound elementi diversi dal proprio marchio di fabbrica, conduce a risultati scadenti se non addirittura fallimentari (es.: 1349).  Wormwood si può infatti raffigurare metaforicamente come un calderone pieno d’acqua fredda, all’interno del quale galleggiano, sparsi, frammenti di ferocia sonora (rara), rarefatte ambientazioni (troppe), melodia (poca), parti rallentate (tante). Dovrebbe esserci un filo conduttore a tenere insieme questi brandelli, ma il tutto appare invece sconclusionato e dispersivo.

Dopo il solito intro ambient, Nowhere, No-One, Nothing parte a razzo, fedele agli stilemi del black più ruvido e primordiale. Nel break centrale si rallenta vistosamente, con una tecnica che, purtroppo, sarà ripetuta spesso e volentieri durante l’album. Purtroppo perché questi momenti sono assai simili fra loro, risultando alla fine scontati. Non di meno anche la parte più veloce risulta prevedibile, dato che la relativa formula è stata risolta da decine di act che brulicano nel genere anche da meno tempo dei nostri (es.: Emperor). Procedendo con l’ascolto delle varie tracce, ci si accorge che l’opener riassume in sostanza tutto il disco.
Fatto che, come si può ben intuire, non costituisce un punto a favore del quartetto. Funeral Dawn, infatti, è un mid-tempo tenuto assieme da un riff elementare e ripetitivo, fatalmente noioso.
Non male, almeno, l’armonizzazione del motivo portante, che regala un po’ di mistero. Imbarazzante, a tratti, l’interpretazione di Rosten in This Fleshly Void: cercare di esulare dai soliti contesti è senz’altro un proposito encomiabile; ma non in maniera da appesantire il risultato finale con sequenze varie di versi e gemiti. Acquisito l’abusato ambient di Unclosing The Curse, si accelera nuovamente con Into Utter Madness, per la quale si può mutuare quanto scritto per l’opener.

Poco altro da aggiungere: Wormwood è tutto qui.
Basta capovolgerne la prima metà, ed il gioco è fatto.

I Marduk all’inizio della loro carriera rappresentavano lo stato dell’arte per quanto riguarda le sonorità più estreme. Per una questione anche generazionale, ora non più. Nel tentativo di tenere alto il nome del gruppo, Morgan ha cercato di trovare soluzioni alternative, fallendo l’obiettivo a causa di lacune e carenze, anche gravi, nella composizione delle canzoni. Se Wormwood materializza il futuro della band, allora si percepisce un solo colore: nero come la pece.

Daniele dani66 D’Adamo.

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Tracklist:
1. Nowhere, No-One, Nothing 3:20
2. Funeral Dawn 5:51
3. This Fleshly Void 3:07
4. Unclosing The Curse 2:15
5. Into Utter Madness 4:57
6. Phosphorous Redeemer 6:12
7. To Redirect Perdition 6:42
8. Whorecrown 5:30
9. Chorus Of Cracking Necks 0:48
10. As A Garment 4:18

Line-up:
Morgan Steinmeyer Håkansson – Chitarra
Daniel Rosten – Voce 
Magnus Andersson – Basso 
Lars Broddesson – Batteria 

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