Recensione: Wound Creations

Di Matteo Bovio - 29 Novembre 2004 - 0:00
Wound Creations
Band: Amoral
Etichetta:
Genere:
Anno: 2004
Nazione:
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75

Death e tecnica per lo più vanno di pari passo. A volte si rincorrono, in un gioco qualche volta sgradevolmente fine a sè stesso. Ma questa unione sempre più raramente si traduce in quello che, volendo, potremmo chiamare Techno-Death: i grandi nomi (in questo caso è appropriato citare i Pestilence) sono sì un punto di riferimento, ma anche un difficile (e inevitabile) termine di confronto per chi si vuole cimentare in questo genere. Difficile dunque non inchinarsi davanti a questo album degli Amoral, alla sua energia, alla sua sfacciataggine. Il Metal, se da un lato mette in campo una nutrita schiera di avanguardie, si dimostra anche terreno sul quale dei coraggiosi richiami al passato sono sempre ben accetti. Purchè vi sia la classe.

E la classe c’è. Saltiamo a piè pari “The Verge“, anche se da sola basterebbe a farci capire parecchie cose sul gruppo, e spostiamoci verso metà album, precisamente a “Other Flesh“: tecnica e groove si intrecciano, e l’arrangiamento melodico, che è un po’ il tratto caratteristico della canzone, completa il quadro in maniera perfetta. Qui il gruppo mette in campo tutte le doti di song-writing utili per essere convincenti in questo genere: in particolare è curioso notare il modo di costruire il riffing, un’anomala somma di carica esplosiva e razionalità.

Curioso notare come il gruppo abbia privilegiato un suono sostanzialmente scarno, fatto di pochi elementi essenziali e poco enfatizzati, in modo da lasciare il primo piano assolutamente sgombro e a disposizione dell’ottimo songwriting. Considerando questa scelta, risulta difficile evitare il paragone con i Pestilence. Le tastiere che fanno capolino in “Atrocity Evolution” sono, per esempio, il dettaglio più significativo per comprendere quando questo gruppo sia stato di riferimento per gli Amoral (chi ha presente Spheres noterà subito la somiglianza). Su questa base sonora, basilare ma prodotta più che discretamente, si sviluppa un concept musicale che riesce a incunearsi perfettamente tra linearità e ricercatezza tecnica.

Le chitarre si abbandonano a fraseggi quasi sempre azzeccati, intrecciando dei riff particolarmente trainanti. Spesso, su semplici 4/4 , sembra che si divertano a giocare con i classici stoppati, ritagliando però tempi spiazzanti: la suddivisione ritmica esce dai canoni e poi all’improvviso vi rientra, lasciando di continuo interdetto chi ascolta. Questo tira e molla continuo risolve sempre su soluzioni accattivanti, gradevoli. Quante volte abbiamo sentito ostentare sterili tecnicaglie a discapito di una certa ascoltabilità? Esattamente quello che il gruppo evita, riuscendo a trovare quasi sempre un ottimo equilibrio. E qui sono d’obbligo i complimenti al batterista Juhana Karlsson che, pur sfoggiando una grande padronanza dello strumento, evita di ingrombrare il campo con soluzioni eccessive. Su questa formula si innesta il growl massiccio di Niko Kalliojärvi, dettaglio che potrebbe risultare poco gradevole a qualcuno, ma che è una chiara rivendicazione di identità e di appartenenza a un preciso filone.

Certo, si può fare ancora qualche passo avanti. Fin dall’attacco di “Silent Renewal” ad esempio si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un proseguimento della precedente traccia, e questo per l’insistere su un certo modo di concepire i fraseggi chitarristici. Questa sensazione di ripetitività fa capolino più volte: seppur non pesi mai eccessivamente, è impossibile far finta di nulla. E con i “veri” difetti sinceramente mi fermerei qua, perchè tutto il resto è, alla peggio, già sentito. Un problema col quale è impossibile non confrontarsi quando ci si vota a tanto anacronismo; ma che incide veramente poco, visto che sull’altro piatto della bilancia abbiamo tutta quella infinita serie di momenti in cui gli Amoral sfoggiano una grande creatività.

Poco rimane da dire. Wound Creations, nonostante il sostrato fortemente tecnico sul quale poggia, è un album che potremmo definire schietto: Death Metal, tecnica, buoni suoni anche se essenziali, un pizzico di melodia e un bel song-writing. Niente accessori inutili, niente fronzoli coi quali riempire vuoti di creatività, niente sperimentazioni fuorvianti. Per quanto mi riguarda, un acquisto da prendere seriamente in considerazione.
Matteo Bovio

Tracklist
01. The Verge
02. Atrocity Evolution
03. Silent Renewal
04. Solvent
05. The Last Round
06. Other Flesh
07. Distract
08. Nothing Daunted (Gallows Pole Rock’n’Roll)
09. Languor Passage
10. Metamorphosis (Bonus Track)

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