Recensione: XIII

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Rapportarsi ad un nuovo album dei TNT, storica hard rock band norvegese dal nobilissimo pedigree, è divenuto, nel tempo, esercizio quanto mai spinoso ed incerto.

In giro da più di trentacinque anni, il combo scandinavo può dirsi ormai quasi un progetto solista di Ronni Le Tekrø, maestro delle sei corde che, insieme al fidato batterista Diesel Dahl, rappresenta la continuità nella altalenante carriera del marchio TNT, protagonista di album sfavillanti agli esordi, perso poi in un saliscendi di prodotti disastrosi ed al limite dell’inascoltabile, inframmezzati da qualche buona uscita.
Rifacendoci proprio al futuro più prossimo - seppur anagraficamente abbastanza remoto - viene spontaneo ricordare l’ultimo cd edito dal gruppo, quel “Farewell to Arms" (2011) che, sin dal titolo, lasciava presagire un addio definitivo alle scene. Un addio peraltro dignitoso, puntellato da un disco piacevole e ben suonato che concedeva un ipotetico “congedo” di livello ad una realtà considerata imprescindibile nella storia dell’hard europeo, paragonabile, per influenza e valore, a grandi nomi come quelli di Europe e Treat.

Tutto questo per dire che, in effetti, un nuovo album dei TNT, dopo un silenzio durato sette anni, non ce lo aspettavamo proprio. Potere, al solito, di Frontiers Music che, come altre volte, è stata in grado di ridar vita ad un moniker prestigioso, ancor oggi capace di suscitare interesse ed attesa nell'ambiente. 
Con esiti, tuttavia, di nuovo un po’ contraddittori e non sempre in grado di soddisfare le aspettative. 
Esattamente come descritto dal curriculum di Le Tekrø e compagni, caratterizzato cioè da un costante avvicendamento di idee interessanti mescolate ad alcune preoccupanti cadute di tono, in una panoramica che evidenzia scelte a tratti poco condivisibili e momenti di musica all'insegna della buona qualità.

Diciamo subito che una delle novelle più liete di “XIII” (a significare, come ovvio, il tredicesimo album della serie) è senza dubbio costituita del singer, il misconosciuto cantante spagnolo Baol Bardot Bulsara (nulla a che vedere con un certo Farrokh Bulsara, nato a Zanzibar nel 1946 e noto con il leggendario nome di Freddie Mercury), selezionato in sostituzione del defezionario Tony Harnell e capace di reggere il confronto senza alcun tipo di incertezza, al punto da ergersi quale uno dei punti di forza migliori dell'intero cd. Una prestazione senza sbavature, precisa, brillante ed intensa.
Non convince invece la scelta dei suoni, talora poco definiti, sfuggenti ed adatti esclusivamente ad un ascolto in cuffia. Inutile girarci attorno: si sarebbe potuto far di meglio.

E poi ci sono i brani, per i quali, la proverbiale “altalena” citata più volte, è simbologia decisamente azzeccata e significativa.
Già, perché se tutto il disco fosse stato al livello dell’iniziale “We're Gonna Make It", avremmo potuto parlare di come back ai limiti del miracoloso: ariosa, trascinante, adrenalinica, la canzone d’apertura di XIII è, parere personale, uno dei pezzi più belli scritti dai TNT sin dai tempi di “Intuition”. Da ascoltare a tutto volume e da canticchiare a ripetizione.
Peccato però che già dalla successiva “Not Feeling Anything” il “tiro" scenda drasticamente, mandando in pista un brano interlocutorio che, pur inframmezzato da un buon ritornello e dai veloci arzigogoli di Le Tekrø, non lascia grandi memorie.

Un dualismo che si perpetua per l’intera durata del cd, infilando attimi piacevoli e sbadigli abominevoli: che ci fanno pezzi come "It's Electric" e “Where You Belong” in un album dei TNT?
Praticamente nulla: scimmiottano senza successo i Queen, servono a Le Tekrø per sventagliare qualche sbrodolamento chitarristico ma, alla fine, riescono solo a rimembrare l’insipienza del fallimentare "Atlantis”, disco da dimenticare edito nel 2008.
Va meglio con “Can’t Breathe Anymore” e "Get Ready for Some Hard Rock”, almeno divertenti e frizzantine senza grosse pretese, prima della trascurabile “People, Come Together”, ennesimo esercizio di Le Tekrø privo di costrutto ed in totale assenza di feeling.

Gli altri momenti più o meno riusciti rispondono al nome di “Tears in my Eyes" (singolo apripista che nel riff ricorda parecchio la grandissima “Intuition”) e "Catch a Wave". Il resto è materiale trascurabile che non incide più di tanto.

Insomma, siamo sempre lì.
Sull’altalena: qualche cosina interessante, un buon cantante, alcuni pezzi discreti ed uno solo veramente bello. Il tutto condito da una produzione priva di mordente e da alcuni passaggi a vuoto che a tratti lasciano sconcertati e fanno intendere come la vena creativa di Le Tekrø, questa volta, non abbia prodotto granché di significativo.
Dobbiamo accontentarci, rassicurati dal fatto che lo sfondone catatonico alla “Atlantis” è per fortuna evitato. Anche se il precedente “Farewell to Arms" era apparso nettamente superiore.

Certo che, a riascoltare ancora oggi i vari "Tell no Tales", "Intuition” e "Realized Fantasies”, paragonandoli a quello che sono oggi i TNT, un pizzico di malinconia è inevitabile…

 

 
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