Recensione: Years of Aggression

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Il primo ascolto di ‘Years of Aggression’ dei Suicidal Angels non mi ha soddisfatto molto. Mi ha dato l’impressione di un ‘copia e incolla’ del lavoro precedente, ‘Division of Blood’ del 2016, con qualche linea melodica in più, messa apposta per cercare di allargare la cerchia del proprio seguito, acchiappando qualche nuovo fans tra quelli un po’ meno estremi.

Cosa che una band appartenente alla spina dorsale del movimento Thrash ellenico, fin dagli esordi del 2002, non dovrebbe averne bisogno.

Mai fermarsi al primo ascolto però, soprattutto quando si ha a che fare con musicisti tecnicamente preparati, che hanno sfornato, in quattordici anni di carriera, ben sette album dei quali ‘Years of Aggression’ è l’ultimo, distribuito dalla NoiseArt Records dal 9 agosto 2019.   

Diciamo che, con il nuovo album, il quartetto prosegue si il lavoro del predente, ma più che ricalcarlo prova a rinnovarlo. Difatti, senza rinunciare alle solite sezioni furiose che sono il suo marchio, le rende più intriganti, inserendo linee melodiche d’effetto. Inoltre, su alcuni pezzi, in particolare quelli più lunghi, mette un po’ il piede sul freno a favore di trame cupe ed oscure che tendono a stravolgere le emozioni in gioco.

Insomma, pare proprio che la band, a questo giro consolidata e senza alcun nuovo musicista, voglia crescere e trovare una propria identità, evitando sempre più di essere paragonata alle band estreme che l’hanno ispirata all’inizio: Slayer ed affini.

Questo lo si sente fin dai primi pezzi: ‘Endless War’ è veloce ed aggressiva, ma una parte dell’interludio è rallentata e melodica prima di riprendere dinamicità con l’assolo. Pure ‘Born of Hate’ è veloce, ma intrisa di sofferenza che si contrappone ai riff granitico che accompagna l’assolo.

La Title track, ‘Years of Aggression’, all’inizio mette ansia, ma poi pesta come un fabbro, alternando strofe dure a refrain epici. L’intermezzo ha ritmi cadenzati e pesanti che sfociano in un assolo prima lento e cupo e poi veloce.

Bloody Ground’, che supera i sei minuti e mezzo, andando ben oltre il minutaggio medio dei dischi d’esordio, evidenzia nettamente una struttura melodica, mettendo da parte la ferocia, ma non la potenza, per ricercare ritmiche più Metal che Thrash generando trame scure e sinistre. Un grande assolo completa quello che si dimostra un gran pezzo.

Con le successive, ‘D.I.V.a’, ‘From All the One’ e l’irriverente ‘Order of Death’, i Suicidal Angels tornano a sparare a raffica ricordandoci che sono una Thrash band e che il loro mestiere e spezzare i colli, soprattutto in sede live.

Anche ‘Τhe Roof of Rats’ è sparata, ma alterna alla velocità un assolo melodico e delle strofe cantate lente.

Chiude ‘The Sacred Dance with Chaos’, di quasi sette minuti e mezzo. E’ il pezzo dove il quartetto cambia sensibilmente direzione, utilizzando, in fase introduttiva ed a metà tempo, una chitarra acustica che desta forti emozioni. Il resto scorre su un tempo cadenzato dal tenore malvagio e nero come la notte che sul finale aggredisce violentemente.

Insomma, quello che al sottoscritto sembrava, inizialmente, un album mediocre si è dimostrato invece un buon lavoro. Originalità ce n’è ancora poca e per trovarla ai Suicidal Angels serve parecchio lavoro sul songwriting. Rispetto agli esordi, parliamo comunque di una band più matura e conscia di se stessa, che sta cercando il suo futuro percorrendo una strada in salita in modo deciso.

D'altronde, essere originali nel Thrash non è cosa semplice, per cui un gruppo che scrive buone tracce è già avanti.

Incuriosisce la scaletta in sede live: sarà composta dai pezzi più caustici, ai cui fans sono sicuramente più abituati, o privilegerà quelli più melodici? Non ci resta che scoprirlo. Per ora, bravi.

 
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