Recensione: Ordhalia

Di Daniele D'Adamo - 30 Novembre 2025 - 12:00
Ordhalia
Band: 5Rand
Etichetta: Art Gates Records
Genere: Deathcore 
Anno: 2025
Nazione:
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78

Ordhalia” è il terzo full-length per i 5Rand, formatisi dieci anni fa dopo un incontro fortuito con uno sciamano e una moneta da 5 rand, valuta utilizzata in Sudafrica. Da cui, appunto, il singolare moniker.

La band pratica un duro deathcore, reso così, soprattutto, dalle feroci harsh vocals unitamente a un aggressivo growling che definiscono le linee vocali di Julia Elenoir, cantante a tutto tondo, in quanto molto brava anche con la voce pulita. In fondo, la prima emanazione che salta all’orecchio ascoltando un brano musicale qualunque è sempre la voce, appunto. Che qui, trova un’interprete di primo livello, in grado di vedersela ad armi pari con le più blasonate Tatiana Shmayluk dei Jinjer o Alissa White-Gluz degli Arch Enemy.

Detto questo, ad alimentare la potenza del sound del gruppo romano è uno spietato rifferama che, con i suoi accordi ribassati, s’incastra con il tuono del basso, formando un un’unica matrice ritmica su cui viene eretta la struttura di base di “Ordhalia“. Struttura attraversata dall’elettronica, con inserti ambient che donano al disco un piacevole gusto futuristico, quasi industrial, tant’è che non a caso Milo Silvestro dei Fear Factory è ospite in “The Nihilist“, brano in cui la vicinanza con il ridetto industrial metal aumenta considerevolmente, così come in altre realtà come “Resurge in Death“.

Ciò che, tuttavia, segna maggiormente la proposta del quartetto di Roma è la melodia. Malgrado la suddetta struttura di base abbia delle nervature molto spesse grazie a un suono possente e trascinante nonché a tratti violento, musicalmente parlando, i 5Rand amano immergere le loro canzoni nell’armonia. Armonia dovuta, più che alla musica, all’interpretazione della Elenoir, caleidoscopica nel passare da uno stile canoro all’altro, che, però, si mantiene lontano dal mainstream limitandosi, si fa per dire, a essere catchy.

Al tutto si somma il drumming di Andrea De Carolis, tentacolare batterista che, come per la Elenoir, si dimena in una varietà di ritmi magari non intricati ma puliti e lineari, passando dagli up-tempo sino a sfondare la barriera dei blast-beats (“Turbid“, “Ritual of Silence“) per dei momenti di pura allucinazione.

Ecco che, allora, si manifesta l’intrinseca natura dei 5Rand. Incapaci di stare fermi un attimo ma di continuare a sfornare musica variopinta, mai uguale a se stessa, dall’umore che penetra con facilità nella mente di chi ascolta. Ai primi passaggi parrebbe che l’act capitolino si perda nelle sue stesse sfaccettature ma, approfondendo l’esame dei brani, si ritrova la coesione necessaria affinché i brani medesimi non si disperdano nel vuoto.

Song che lasciano intravedere la loro faccia visibile, più accessibile ma che, osservate con calma, si lasciano osservare anche nei loro più reconditi anfratti sì da dare vita a un’esperienza totalmente immersiva. Il tragitto che si compie da “Lullaby for the Broken” a “Silent Line” è formato, difatti, da tracce tutte piacevoli da mandare a memoria, obbedienti allo stile ideato dai 5Rand ma libere di roteare alla ricerca di una propria personalità.

Leggendo queste poche righe a qualcuno verrebbe il dubbio che i Nostri non siano altro che dei cloni dei già citati Fear Factory. Nulla di più sbagliato. “Ordhalia” dimostra un carattere deciso, forte, sicuro di se stesso, organizzato da un songwriting di primo piano, attento a non sfiorare gli altri abitanti delle terre del metal estremo. I 5Rand, a parere di chi scrive, hanno in sé ancora dei margini di miglioramento, potendo contare su una capacità compositiva che, forse, non è ancora arrivata al suo apice. E, naturalmente, alla bravura tecnico/artistica e talento dei suoi componenti.

Da seguire con attenzione.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

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