Recensione: Divinum Sanguinem

Tornano gli Ildaruni con il loro secondo full-length, “Divinum Sanguinem“, a quattro anni di distanza dal debut-album, “Beyond Unseen Gateways”. Frutto di un ensemble che, bene o male, bazzica il black metal da due lustri.
Il tutto parrebbe scontato ma non lo è, poiché la nazione di provenienza della band è l’Armenia. Certo, il Paese è strettamente legato alle vicende europee per quanto riguarda l’aspetto socio-culturale; tuttavia per i Nostri non dev’essere stato facile, dal nulla, riuscire a concludere un contratto discografico con una label specializzata come la Black Lion Records, in grado, cioè, di portare la loro musica in tutto il Mondo.
“Divinum Sanguinem” segue il culto del mitraismo, antica religione romana incentrata sul culto di Mitra, una divinità di origine indoiranica. Il che funge da lievito fecondante per l’aspetto meramente stilistico, che abbraccia il folclore locale grazie, anche, a un nutrito apporto di musicisti in ciò specializzati (cfr.: incipit di “Scorching Pathways to Samachi“). E che, inoltre, spiega il perché del genere proposto, avendo il combo armeno scelto di contrapporsi al cristianesimo, che è la religione predominante in quei posti. Una concezione non troppo dissimile da quella che ha partorito il black metal scandinavo, insomma.
Black che in questo caso viene eseguito tecnicamente e formalmente in maniera irreprensibile. Grazie alla perizia dei singoli attori ma anche a una profonda conoscenza dei dettami alla base del genere suddetto. Il sound non presenta particolari imbastardimenti o acchiti evoluzionistici, suonano in modo neutro alle orecchie dell’appassionato. Narek Avedyan e compagni cercano, in sostanza, di sviluppare l’LP lasciando da parte esagerazioni varie e intromissioni alla moda, sì che dia, e lo dà, l’idea di uno stile pulito, assai vicino all’ortodossia nera così come appena accennato.
In ottemperanza a questa filosofia artistica, la compagine di Yerevan soffia nella polvere per dar vita a uno stile forse non molto originale ma perfetto nella sua lucidità d’intenti. Che è volta certamente a demolire ciò che incontra con una furibonda selva di blast-beats (“Arcane Sermon“) ma che lascia spazio, anche, ad ampi momenti di riflessione in cui la devastazione declina in intermezzi rallentati, cuciti da delicati orpelli ricamati delle chitarre soliste (“Zurvan Akrane“).
Armonie dal gusto arcano, allora, si dipanano nell’etere, accompagnate dall’onnipresente screaming di Avedyan, intelligibile come pochi. Una commistione che spinge un po’ verso lisergici stati di allucinazione, ove si materializzano le grandi città persiane dei primi secoli dopo Cristo, abbellite da innumerevoli tetti laminati in oro. Luce, di conseguenza, contrapposta a buio, per un piacevole ossimoro che trasporta la mente di fronte a Mitra. Situazione così ben raffigurata dal disegno di copertina, azzeccata nondimeno nella scelta dei colori.
Dette armonie, ed è qui che si deve cercare la personalità dell’opera, sono fortemente indicative dai luoghi in cui nascono e, per questo, rivelano dei contenuti, degli approcci melodici diversi da quelli che trionfano in Europa. Del resto si tratta di Asia, e così è. Come così sussiste, da parte degli autoctoni dell’Ovest, e non poteva essere altrimenti, una certa difficoltà ad assorbire, metabolizzare le canzoni del platter. Esse scorrono con una buona fluidità, una dopo l’altra, evitando soluzioni di continuità in un insieme compatto, coeso, nel quale tutti gli attori recitano il medesimo copione. C’è varietà, si percepisce che gli Ildaruni abbiamo profuso molti sforzi in fase di composizione, dato che quest’ultima è quasi esente da difetti se non fosse stata frenata da un pizzico di impostazione scolastica oltre il dovuto.
Se proprio si vuol trovare un neo, si sarebbe potuto approfondire maggiormente la parte folk/pagan rispetto a quella black, dando agli ascoltatori più carne da masticare in relazione alle tematiche trattate nei testi. “Divinum Sanguinem” è a ogni buon conto un lavoro da prendere in considerazione per la non indifferente quantità di black metal che può essere data in pasto ai fan del metallo oltranzista. Probabilmente gli Ildaruni potrebbero incidere ancora meglio, a patto di lasciarsi andare al 100% nell’estrapolazione delle loro idee stilistiche.
Daniele “dani66” D’Adamo

