Recensione: Age of the Gods

La Svezia, fucina inarrestabile di act di primissimo livello ubicati al top del mercato discografico mondiale, regala ancora una volta una produzione di melodic death metal. “Age of the Gods“, terzogenito figlio degli Havamal.
Melodic death metal senz’altro, tuttavia bagnato da stille di black, di symphonic e, ultimo ma non ultimo, di folk dai forti connotati epici. La miscela di questi elementi si rivela di tutto rispetto, giacché i Nostri sono musicisti dalla tecnica eccelsa a servizio non di se stessi ma alle loro idee, ai loro progetti, al loro innegabile talento compositivo. Tant’è che lo stile del full-length, formalmente perfetto, seppure non rivoluzionario, presenta dei punti fermi che materializzano un poliedro delimitato superfici piane sulle quali si appoggiano i dettami di base che originano, in maniera univoca, lo stile stesso.
La grande abilità nell’aver saputo creare un sound siffatto dà, come risultato, la possibilità di spaziare attorno alle caratteristiche imposte dal combo nordeuropeo medesimo. Ciò comporta di essere liberi di creare canzoni che, sebbene adese ai concetti dei creatori, possano spaziare in lungo e in largo la via maestra per mostrare la loro personalità. Ecco che allora il fragore delle chitarre, unitamente alla spinta energica della sezione ritmica, delineano un suono potente, anzi potentissimo a volte, trascinante. Il quale, come in un sogno a occhi aperti, proietta la mente verso immaginari paesaggi rupestri dell’era medievale. Pianure infinite, imponenti castelli, torri merlate, fitte foreste nonché incommensurabili altipiani dai quali spuntano altissime vette perennemente innevate.
Per condurre i suoi compagni in direzione della costellazione della Croce del Sud, ove si raccolgono i singulti del cuore, è d’importanza primaria l’interpretazione vocale di Björn Larsson, dotato di harsh vocals miscelate a un aggressivo growling per un risultato davvero eccellente. Le sue linee vocali sono indicative di una ferrea capacità di tenere il tono, in modo tale da essere un punto di riferimento per le cavalcate musicali della strumentazione a suo sostegno.
Strumentazione che propone un duo chitarristico (Kjell Gilliusson, Lennie Spetze) anch’esso di alto lignaggio, capace di manovrare riff granitici che, assieme al tappeto intessuto dalle tastiere, danno luogo a un muro di suono invalicabile. Spettacolari gli assoli (“The Day of Reckoning“) i quali, come un fine cesello, ricamano sul muraglione dorati ricami che richiamano il tono da leggenda che permea “Age of the Gods“; proiettando la mente nel cielo, sempre più in alto, per volare su valli profonde e fittamente boscate come quelle che adornano la penisola scandinava (“The Pagan Path“).
La possente spinta della batteria di Stefan Peltonen, irreprensibile nel trattare con dovizia sia gli up-tempo, sia la fornace dei blast-beats (“The Shaman“), assieme al tonare del basso di Tino Vesanen, rappresentano una garanzia di solidità e perfezione da metronomo. Assolutamente immancabile per fornire al resto della compagine i watt necessari a fare esplodere la melodiosità che contraddistingue l’album.
Melodiosità. Un aggettivo ideale per contrassegnare un sound che straripa di musicalità. Dai soli delle asce da guerra sino ai grandiosi cori, dalle strofe ai ritornelli che, contrariamente al solito, raramente si concedono a una voce semi-pulita (“Hymns of the Fallen“), “Age of the Gods” è stravolto da melodie da leggenda, da mito, mai stucchevoli o, peggio, di facile ascolto. L’enorme pressione sonora che si genera dagli speaker durante l’ascolto costringe alla fuga le anime impure, le menti distratte, i pensieri malvagi; definendo così un’opera dedicata ai veri appassionati del metal estremo nonostante, come ripetuto, magiche saette sagomate da migliaia di melodiose note trafiggano le membrane timpaniche.
Dato spesse volte per morto, il melodic death metal risorge puntualmente dalle sue stesse ceneri per forgiare nel fuoco band di grandissimo spessore tecnico/artistico, realizzatrici d’immense canzoni e di stravolgenti armonie. Come gli Havamal e il loro piccolo capolavoro che risponde al nome di “Age of the Gods“.
Daniele “dani66” D’Adamo
