Recensione: Icon

Solida realtà del death metal svizzero, i Defaced tornano in campo dopo dieci anni di assenza dal mercato discografico con il loro nuovo LP, “Icon“. A tal proposito, la formazione in studio, rispetto al predecessore “Forging the Sanctuary” (2015), è stata rinnovata con i nuovi innesti Thomas Gertsch (voce), Matze Schiemann (chitarra) e Michael Gertsch (basso) che, come satelliti, ruotano attorno a Marco Kessi (chitarra, voce), mastermind della formazione stessa.
Un fatto, questo, che se ben gestito non destabilizza il nucleo artistico della band ma anzi apporta nuova linfa sia al sound, sia ai brani. Ed è quello che accade, poiché il death proposto è legato sì al passato e ai suoi stilemi di base ma è anche rivolto, oltre che al presente, anche al futuro. Niente di trascendentale, tuttavia lo stile della compagne di Emmenthal si mostra come fresco, attuale, ricco di influenze che ne arricchiscono l’effetto finale.
Anche se fresco, comunque, il death è sempre death, ed ecco che allora campeggia il growling stentoreo di Gertsch, dal tono profondo che, assieme allo screaming di Kessi, dà vita a delle linee vocali mai ripetitive ma anzi assai mobili all’interno di un sound che, in taluni casi, si rivela spietato, violentissimo, travolgente; trascinato dai blast-beats di Malvassora alla massima velocità possibile (“Anthem of Vermin“).
Di contro a questa furia scardinatrice, cozza come intensità l’intermezzo “Sonate“, eseguito con la chitarra classica. Una soluzione già sperimentata da molti act che praticano il metal estremo ma che si mostra sempre efficace nei suoi intenti. Soluzione che fa da ponte per song trascinate da mid-tempo le quali mostrano la capacità dei Nostri di armeggiare con elementi estemporanei. Ecco che allora spuntano echi atmosferici, tali da rendere il suono ricco di phatos, declinante verso emozioni cupe se non addirittura depressive (“Icon“, incipit di “Perception“).
Oppure, feroci scatenamenti di tutta la strumentazione quasi a sfiorare il grindcore (“The Antagonist“). Un’aggressione praticamente totale che fa intuire la capacità di Kessi & Co. di essere in grado di plasmare con successo più fogge musicali, black metal compreso (“Anthem of Vermin“). Le chitarre sono sempre in rilievo con un suono facilmente decifrabile grazie, anche, alla circostanza di appartenenza della band al roster della Massacre Records. Il riffing è duro, massiccio, tale da realizzare con naturalezza il famigerato wall of sound. Tuttavia, occorre tenere conto del lavoro della solista che, in mezzo a tale fragore, cuce ricami melodici di pregevole fattura. Ma non solo: gli assoli lacerano la carne come se fossero stiletti affilati, rendendo la pietanza più saporita.
Sono presenti, pure, segmenti in cui è chiara la bravura dei musicisti nell’intraprendere strade maledettamente tortuose (“As My Will Prevails“), lambiccate, ideali per rammentare il brutal e la grande perizia tecnica necessaria per alimentarne l’insano andamento. Seppure in detti frangenti si spinga al massimo sull’acceleratore con altrettanta massima precisione ritmica, l’odore che si respira è sempre e solo quello del death metal e basta. La forza compositiva degli elvetici, difatti, è tale da tenere assieme il tutto senza che ci siano sfilacciamenti da uno stile che, per quanto scritto sopra, si può definire piuttosto personale.
Se poi si aggiungono intromissioni dal melodic, come in “Forever Mine“, il quadro si completa definitivamente con tutti i colori di cui sono intrise le menti compositive dei Defaced. Certamente campeggiano le tinte scure, ma è interessante notare che non si tratta di un tono soltanto. Il che non può che aumentare la longevità del full-length.
“Icon“, benché non presenti evidenti difetti costruttivi, ha l’aria di un album ancora acerbo, nella carriera dei Defaced. L’opera è buona, insomma, ma può diventare ottima.
Daniele “dani66” D’Adamo
