Recensione: The Weight of Sound

Di Daniele D'Adamo - 23 Gennaio 2026 - 12:00
The Weight of Sound
80

Settimo full-length per i giapponesi Crystal Lake, figli di una carriera cominciata ben ventitré anni fa. Un percorso che ha visto un continuo accrescimento tecnico/artistico che li ha portati agli onori del metalcore internazionale, complice il cantato in lingua inglese ma non solo.

Sebbene, appunto, “The Weight of Sound” sia un’opera proveniente da una formazione vecchia quasi un quarto di secolo, essa è totalmente calata nella realtà odierna del genere trattato, il quale possiede i dettami di una modernità sorprendente. Le intromissioni di innumerevoli elementi di elettronica, difatti, donano al sound un’anima futuristica se non addirittura fantascientifica. Sound pulitissimo, perfettamente acquisibile dal cervello grazie a una produzione perfetta, rifinito con la carta di verto a grana finissima sì da essere il più tagliente possibile.

Questo però non deve indurre a trarre facili conclusioni. Melodic metalcore sì, ma contenente al suo interno sia una bella dose di feroce hardcore, sia il sanguinario flavour statunitense che per la foggia musicale di cui trattasi di armonia ne considera ben poca. Non è un caso, del resto, che come musicisti ospiti siano presenti Jesse Leach (Killswitch Engage), David Simonich (Signs Of The Swarm), Taylor Barber (Seven Hours After Violet), Myke Terry (Fire From The Gods, Volumes), e Karl Schubach (Misery Signals).

Il tutto, per un suono possente, potente, a tratti violentissimo, che non disdegna di scatenare la furia cieca dei blast-beats (“Dystopia“). Suono monumentale grazie alla grande coesione fra i vari membri i quali, assieme, riescono a materializzare un vero e proprio blocco di granito. Nessuna concessione a slow-tempo, lenti o cose del genere: il combo di Tokyo va avanti per la sua strada pestando il più possibile il piede sull’acceleratore, inframezzandola da mostruosi stop’n’go da strappare la carne.

Le chitarre di Y.D. e T.J. erigono uno spaventoso muro di suono, che si abbatte senza pietà su chi ascolta in virtù di un riffing quadrato, di enorme spessore, assolutamente impenetrabile (“Sinner“). Davvero una terrificante mazzata sulla schiena che stordirebbe chiunque. I due axeman non sono tuttavia estremamente bravi nel condurre soltanto la formidabile sezione rimica – peraltro coadiuvati da Gaku che pesta sulla batteria come un dannato – avendo nelle loro corde quell’innata propensione all’armonia tale da abbellire con delicati ricami la parete del citato wall of sound (“Don’t Breathe“).

L’ugola di John Robert C. conduce la compagine nipponica nel suo percorso da “Everblack” a “Coma Wave” senza lasciare intravedere alcuna indecisione. Le harsh vocals sono parecchio scabre, richiamando l’hardcore per via di una spiccata aggressività. Non solo sangue che spilla dalla gola, però, in quanto proprio in “Coma Wave” spunta fuori, improvvisamente, una morbida e delicata voce pulita tale da dimostrare il talento di un cantante a tutto tondo.

Talento che, assieme a quello dei suoi compagni di avventura, si focalizza totalmente sul songwriting, questi di alto livello. I brani, non a caso, sono tutti facilmente riconoscibili. Essi, come deve essere, seguono pedissequamente lo stile natìo, rendendo la formazione del Sol Levante ben riconoscibile in mezzo a tante altre. In più, quando viene messa in campo la melodia, ecco che le canzoni esplodono di una musicalità che solo questa particolare foggia musicale riesce a rendere viva (“The Weight of Sound“). Quando, al contrario, è preponderante la cattiveria musicale come nella terremotante “Crossing Nails“, i chorus si irrigidiscono sino a diventare acciaio lucente.

The Weight of Sound” è, a parere di chi scrive, da prendere come esempio quale fisionomia ideale per descrivere, musicalmente parlando, l’ormai famigerato metalcore melodico. E questo perché la frammistione fra la durezza della musica e la dolcezza, si fa per dire, delle linee armoniche è pressoché irreprensibile. Nell’opera dei Crystal Lake non c’è alcun difetto, tenuto anche conto che la melodia non è né sdolcinata, né stucchevole. Inoltre, ultimo ma non ultimo, giova osservare che il disco è pieno zeppo di chicche da scoprire a poco a poco man mano che si assommano i passaggi.

Si consiglia di ascoltare ad alto volume.

Daniele “dani66” D’Adamo

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