Recensione: Golden Tears of Love and Sorrow
Gli Orob sono una band francese in vita dal 2011, con una discografia davvero particolare: hanno, nel loro personalissimo scaffale, due EP, a cui va ad aggiungersi questa nuova uscita, Golden Tears of Love and Sorrow, dopo quattro anni dall’unico full-length, Aube Noir.
L’artwork è molto semplice e d’impatto: quattro maschere di ferro – da cui si può scorgere un richiamo al celebre romanzo di Alexandre Dumas – ciascuna per ogni membro del gruppo, di cui una dorata. La durata è di circa 25 minuti piuttosto corposa se consideriamo la presenza di un’intro e il formato di pubblicazione.
Iniziamo col dire che la proposta musicale è piuttosto convincente. La band ha una base black metal che viene però contaminata da elementi post black e soprattutto prog, al punto tale da scorgere delle somiglianze proprio con gli Enslaved, veri e propri campioni di questo genere: ma se da un lato i norvegesi affondano le radici della loro musica nella tradizione pagano-scandinava, gli Orob hanno un sound più cupo e oscuro, fatto di arpeggi, fraseggi, linee vocali pulite che si alternano al growl e un drumming davvero convincente, vero fiore all’occhiello di questo lavoro. Non si tratta, quindi, di musica aggressiva e frontale, ma di qualcosa che in realtà parte molto alla lontana, cercando, poi, di stringere il cerchio e di gettare l’ascoltatore nel buio più totale.
Si parte con Annonciation, una delicata intro, che ha in sé una natura quasi ritualistica, che diventa più concreta nel momento in cui si palesano le voci. Sun, Borrowed è molto orecchiabile, e parte con un deciso e convincente drumming, di qualità, che abbraccia immediatamente il blast beat avvolto da un vortice di chitarre molto educate: un brano oscuro, ma che infonde una nera speranza nell’ascoltatore ed è – di gran lunga – il brano migliore. Più ritmata, invece Sulfur Baptism che esalta, con le note di basso più pronunciate, la ritmica che comunque non rinuncia a possenti progressioni, meno decise però, rispetto al precedente passaggio. Meditations on Hope è un pesce fuor d’acqua rispetto a quanto proposto fino a questo momento, sebbene sia comunque ben riuscito, con atmosfere intense, che ricordano quelle di Assassin’s Creed quando il protagonista di turno entra in contatto con il mondo degli Antichi. Chiude Inverter, un’altalena emozionale che riverbera ad oltranza, tra continui cambi di direzione, tanto nella musica quanto nelle linee vocali.
Questo EP dimostra le capacità compositive degli Orob e, per osmosi, lo stato di grazia in cui versa la scena metal francese, una delle migliori, se non la migliore in circolazione in questo momento. La band parte da una formula vincente come detto in precedenza e cerca di “personalizzarla” con un approccio più tenero ed enfatizzando l’elemento post black metal, producendo comunque un buon lavoro nonostante il passaggio a vuoto di Meditations on Hope. Proprio l’approccio tenero sembra mettere una zavorra sulle potenzialità degli Orob, limitandone i margini di miglioramento, che comunque restano ampi.
