Recensione: Nefarious Scintillations
Immaginate di trovarvi dentro l’oblò di una lavatrice accesa, tra continui risciacqui, centrifughe e gorgheggi di sottofondo ed eccovi servite le sensazioni che si provano ascoltando questo disco di Dead and Dripping, quarto lavoro del progetto solista, attivo dal 2016, di Evan Daniele, polistrumentista del New Jersey e già in opera con bands quali Vulnificus, Anal Exorcism e Sentient Horror. L’impegnatissimo musicista, dopo solo due anni dal precedente “Blackened Cerebral Rifts”, sforna questo coraggioso “Nefarious Scintillations”, che lo vede cimentarsi in tutti gli strumenti come nei tre album e nei due demo precedenti e nello split con i Prophecy of Suffering ed è anche l’autore della psichedelica cover. Il disco, in uscita per la Transcending Obscurity Records, si inserisce sì nel genere dei gruppi sopracitati, ossia il brutal-death metal, ma rispetto ad essi si inarca stilisticamente in un qualcosa di diverso, che esula dai canoni musicali del genere per addentrarsi in un marasma sonoro putrido e denso come la melma di una palude notturna e nebbiosa infestata da zombie affamati.
Le otto canzoni che compongono il platter in questione, dai lunghi e altisonanti titoli in pieno Nile-style e dai contenuti esplicitamente orrorifici, nichilisti e misantropici, sono accostabili per stile a gruppi come Demilich (in primis), Cryptopsy (periodo Lord Worm, da cui presumo che abbia origine il monicker per via dell’omonima canzone presente in “None so Vile”), Defeated Sanity, Disgorge oppure i Gorguts di “Obscura” per citare i più famosi, ma anche a diverse e stravaganti realtà minori più o meno affermate quali Wicked Innocence, Wormed, Mortal Decay o ai compagni di scuderia Floating: ci troviamo pertanto a metà strada tra un grind-core grezzo e minimalista per brutalità e per resa dei suoni e un technical brutal-death metal avulso da partiture pulite o coese ma comunque tecnico, ben suonato e non scevro da soluzioni accostabili alla fusion, soprattutto nelle parti ritmiche.
Il suono che fuoriesce dagli altoparlanti è volutamente grezzo, senza effetti, in pieno old-school thrash e death metal. Il basso è ben udibile e dal suono secco e distorto, le chitarre macinano riff veloci alternati a parti più lente, intente a seguire una batteria che risulta completamente impazzita, tra continui cambi di tempo e passaggi al vetriolo che danno forma a canzoni claustrofobiche e fortemente dissonanti, non completamente disorientanti ma prive di parti groove o dalla facile presa. Ancor più particolare è il “cantato”, sicuramente difficile da digerire ai più ma che caratterizza in maniera originale il prodotto e che aggiunge ancor più putridume e pece a questi vortici abissali intrisi di agonia e perdizione umana: si tratta di un gorgoglio caustico profondamente gutturale, simile al gracidio di un gigantesco rospo, che esterna i propri lenti lamenti dalle paludi limacciose che ho citato all’inizio, assolutamente non decifrabile e frutto della tecnica “inhale”, che opera sul diaframma e la gola durante la fase di inspirazione. Pertanto i testi non sono assolutamente comprensibili. Le canzoni sono complesse, caratterizzate, come accennato prima, da una serie di riff più o meno lunghi e ripetitivi, quasi progressivi e psichedelici e uniti tra loro dai più complicati passaggi di batteria, per cui alla fine alcune composizioni hanno una durata cospicua, distaccandosi anche qui dagli stilemi del brutal-death tradizionale che è caratterizzato sovente da composizioni più brevi e dirette.
Da citare l’opener “Nefariously Scintillating through Vacant galactic Reservoirs”, un perfetto contrasto tra ritmiche monotone e accelerazioni da cui emergono anche sezioni molto tecniche e particolarmente ispirate, la quasi suite di 9 minuti “Swollen Torsos Adorned with Pustulating Hexagonal Crania”, stravagante quanto basta, e le conclusive “Seeping through Ancient Transdimensional Corridors” e “An Utterly Tenantless World of Aeons-Long Death”, che alternano parti brutali o doom death a momenti puramente technical-death metal. Rispetto agli album precedenti, il platter in questione rappresenta un passo in avanti nel percorso musicale di Evan, grazie anche all’introduzione più decisa rispetto al passato di pregevoli assoli di chitarra che si inseriscono bene nel vortice di riff sparati a manetta.
Ci vogliono vari ascolti per apprezzare la proposta di questo pazzo americano, che a molti risulterà indigesta o la detesteranno, ma sicuramente potrà trovare estimatori tra coloro che amano la musica coraggiosa, originale, complessa e dissonante e che sono aperti alle sperimentazioni sonore: non ne rimarranno sicuramente delusi.

