Recensione: Deliverance

Di Valeria Campagnale - 19 Gennaio 2026 - 10:30
Deliverance
Band: Deliverance
Etichetta: Ripple Music
Genere: Hard Rock 
Anno: 2025
Nazione:
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75

Sarà per via di una certa connessione personale che ho con il Connecticut, ma sapere che i Bone Church giocano in casa me li fa apparire ancora più interessanti. Parliamoci chiaro: con quei riff potrebbero essere marziani e non cambierebbe nulla, però il Connecticut… beh, diciamo che è quel valore aggiunto che per me non guasta mai.

Le radici dei Bone Church, nati nel 2016, affondano in quel momento storico in cui il rock mutava pelle per dare i natali al metal, pur restando fedele alla propria anima blues. Evocando l’eredità di giganti come degli anni ’70 come ad esempio i Lynyrd Skynyrd, la band plasma un sound granitico e saturo, dove la pesantezza dei riff si fonde con una psichedelia densa e avvolgente.

Con “Deliverance”, i Bone Church consolidano quell’estetica ruvida e ancestrale che ne ha siglato l’esordio, evolvendo le proprie radici heavy rock verso orizzonti compositivi più vasti e stratificati. Il disco, edito da Ripple Music, si articola in sette tracce dove l’immaginario occulto si fonde con le suggestioni di un’Americana polverosa e un heavy blues viscerale. Ciò che ne scaturisce è un’opera sorretta da una perizia tecnica impeccabile e arrangiamenti organici, dominata da una performance vocale magistrale, capace di oscillare tra audacia interpretativa e profonda introspezione.

L’apertura è affidata a “Electric Execution”, un manifesto di intenti sintetico quanto folgorante. Il brano definisce immediatamente il canone stilistico della band, un connubio tra irruenza esecutiva e sensibilità melodica. Il timbro vocale, graffiante e autorevole, traghetta l’ascoltatore verso un ritornello di grande impatto, supportato da una sezione ritmica che coniuga urgenza e controllo formale.
Il respiro dell’album si amplia con “Lucifer Rising”, episodio caratterizzato da un’atmosfera densa e solenne. Qui, la sezione ritmica si fa granitica, sostenendo riff che spaziano dal dinamismo heavy rock alle cadenze plumbee del doom. L’inserimento puntuale delle tastiere ammanta il brano di una tensione ritualistica, mentre i cambi di tempo e il fraseggio vocale declamatorio rivelano un’architettura sonora di raffinata complessità.
In “The Sin of 1000 Heathens”, la band rallenta il passo per esplorare territori heavy blues. Il lavoro chitarristico si fa espansivo, alternando solidità ritmica a fraseggi solisti che testimoniano una maturità artistica consapevole della gestione degli spazi. La voce si fa veicolo emotivo, raccordando le influenze classic rock, con echi della tradizione narrativa dei grandi gruppi americani, alla peculiare identità stilistica dei Bone Church.
“Goin’ to Texas” proietta l’ascoltatore in un contesto on the road, esaltato dalla presenza calda dell’organo. L’alchimia strumentale sfocia in una sezione centrale di rara fluidità, evocando l’energia estemporanea delle jam session dal vivo, mentre la linea vocale culmina in un finale dalla portata antemica.
Il groove diventa protagonista in “Muchachos Muchachin”, traccia sorretta da una linea di basso pulsante e da un apparato percussivo che ne accentua l’elasticità ritmica. L’interazione tra le chitarre è millimetrica, culminando in un assolo vibrante che precede una progressione finale di grande vigore, chiudendo un cerchio compositivo perfetto.
A spezzare la trama interviene “Bone Boys Ride Out”, una scarica d’adrenalina condensata in tre minuti. Il brano rappresenta l’anima più viscerale della band con riff serrati e un’urgenza espressiva di matrice punk si scontrano con la pesantezza del doom, sprigionando un’energia fisica d’impatto immediato.
Il viaggio si conclude con la title-track, un epilogo di otto che muove da un’apertura acustica intimista per svilupparsi in un arazzo sonoro che lambisce psichedelia e progressive. L’arrangiamento, meditato e dinamico, conduce a un crescendo catartico che sintetizza l’intera cifra stilistica del progetto. “Deliverance” è un’album di natura coesa e matura, in cui influenze heavy rock, blues e doom convergono in un linguaggio autentico e carismatico. I Bone Church firmano un album che non si limita a ribadire i propri punti di forza, ma esplora nuovi confini narrativi, offrendo un’esperienza d’ascolto che premia tanto l’impatto istintivo quanto l’analisi più attenta.

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