Recensione: Midnite Masters
I Wolfskull rifiutano radicalmente i canoni dell’ortodossia metal contemporanea, laddove la scena attuale predilige il prestigio del tecnicismo e architetture compositive, la band adotta un’estetica opposta, proponendo una sintesi lineare, orientata più al pragmatismo.
“Midnite Masters” è permeato principalmente dal gothic rock, con forti richiami ai The Cult, l’approccio vocale di Pete 9 attinge al retaggio post-punk, indulgendo talvolta in un citazionismo che rasenta il didascalismo nell’emulare i registri baritoni di Ian Astbury. Le chitarre di Feratu e Mike Nero sono improntate sul minimalismo, privilegiando riff diretti e soluzioni armoniche essenziali, il che è un punto a favore per la band, sena tanti fronoli, riescono ad elaborare uno stile diretto. La sezione ritmica composta da Drop D al basso e Styx alla batteria, risulta funzionale dei brani. Il risultato è un amalgama coeso capace di conferire al disco una profondità sonora moderna.
L’apertura dell’album è affidata alla title track, un brano che funge da manifesto per l’intero lavoro. L’approccio iniziale alla timbrica baritona e profonda di Pete 9 rivela quanto sia funzionale alla musica dei Wolfskull, un brano solido capace di fissarsi nella memoria per il suo equilibrio tra atmosfere dark e sensibilità melodica.
“Son Of Light”, presenta una linea vocale carismatica che introduce un’atmosfera rock dinamica ed energica, in cui spicca il drumming di Styx, costituendo il motore stesso del pezzo. “Holler In The Hollow”, scelto come singolo apripista per anticipare l’uscita dell’album, spinge i Wolfskull verso territori decisamente più ruvidi distinguendosi per sonorità decisamente più dark capace di avvolgere in un’atmosfera densa e cinematografica. “Destyna” è un coinvolgente brano che ha come fulcro un vocalizzo unico, quasi solenne che agisce da catalizzatore per una narrazione sonora che si addentra in territori crepuscolari, accentuando le sfumature introspettive. Un brano drammatico la scarna strumentalizazione è risulta cupa e viscerale. La traccia successiva “Jaguarette”, è deliziosamente decadente con le sue sfumature polverose e delineando una figura femminile enigmatica, un pezzo suggestivo e poetico. Passiamo poi a “Call Of The Wayward Ones”, con una ritmica marziale di forte impatto, trasformando un breve passaggio strumentale in una dichiarazione stilistica decisa. Con “Mustang Baby”, i Wolfskull cambiano rotta, prediligendo un hard rock robusto senza abbandonare la cinetica degli altri brani.
Con “Netherworld In Flames”, i Wolfskull si ricollegano, idealmente, alle architetture sonore d’apertura, anche qui l’elemento distintivo rimane lo stile di Pete 9 con l’approccio vocale volutamente distante dai canoni convenzionali. “(I Wish It Could Be) Night All Day” è una composizione che incarna l’essenza del dark rock in cui la malinconia non è un limite, ma il veicolo di una bellezza austera. La chiusura di “Midnite Masters” è affidata a “Tyger Of Fate”, un brano che agisce come sintesi definitiva dello stile esplorato dai Wolfskull, ritmica martellante e chitarre sature e un ritornello che sprigiona energia rock elevando la tensione emotiva verso un finale catartico.
Al netto di una linearità compositiva, il pregio dei Wolfskull risiede in un songwriting pragmatico. Il merito di questa band risiede nel aver saputo distillare un sound riconoscibile, capace di imprimersi nella memoria grazie a strutture lineari ma efficaci, la loro coerenza formale rappresenta un punto di forza con una musicalità che rifiuta le concessioni alla spensieratezza dando ampio spettro alla malinconia. Se siete cresciuti acoltando The Cult, The Mission e The Sisters of Mercy, “Midnite Masters” è l’album per voi.

