Recensione: Cry Havoc

Di Ninni Cangiano - 22 Gennaio 2026 - 8:01
Cry Havoc
Etichetta: Iron Shield Records
Genere: Heavy 
Anno: 2025
Nazione:
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60

I Bengal Tigers sono una delle primissime heavy metal band australiane, dato che si sono formati niente meno che nel 1979; purtroppo sono sempre stati molto poco prolifici dato che, dopo l’EP di esordio (“Metal Fetish” del 1982) hanno realizzato una manciata di singoli e demo, altri 3 EP negli anni ’90 ed un solo LP (“In The Blood” risalente al 1998). Ci sono voluti ben 27 anni, quindi, per avere un secondo full-length, con questo “Cry Havoc”, uscito ad inizio agosto 2025 per la tedesca Iron Shield Records in edizione limitata a soli 500 esemplari. Della formazione originale rimane solo il singer Gordon Heald, mentre il chitarrista Yuri Linzew è rientrato in formazione dopo una precedente esperienza nel gruppo tra fine anni ’80 ed inizio ’90; bassista e batterista, invece, sono entrati nella band solo di recente e questo album è il loro primo lavoro (non sono infatti note esperienze con altre formazioni). L’album ha un artwork non proprio esaltante dallo stile alquanto old-school ed è composto da 10 tracce per la durata totale di poco superiore ai 52 minuti, fra cui la cover della famosa “Diamonds And Rust” di Joan Baez (tra i pezzi più coverizzati che ricordi). Il sound è un gradevole hard’n’heavy, una sorta di Led Zeppelin “metallizzati” (ascoltate “Riding On The Storm”, ad esempio, e poi parliamone), con la chitarra di Linzew come strumento protagonista, grazie a piacevoli parti soliste; nulla di particolarmente originale o che non abbiano suonato già in tantissimi altri prima dei nostri australiani, ma ricordiamoci sempre che abbiamo davanti un gruppo con 47 anni di storia, formato da musicisti non più giovanissimi, di conseguenza è anche comprensibile che il loro sound sia alquanto old-style. Se si può muovere una critica ai Bengal Tigers, al di là dei futili discorsi su originalità ed innovazione, è che alcuni pezzi sarebbero stati più efficaci con un minutaggio più contenuto, magari evitando di ripetere i cori in maniera esagerata (“I Am The Fucking Machine” è emblematica in tal senso, con il coro ripetuto all’infinito, tanto da far perdere il conto). A parte questo, il disco scorre via piacevolmente e si lascia ascoltare senza particolari problemi, come del resto il genere così easy richiede; forse mi sarei aspettato maggior protagonismo dal basso di Rob Bodger, più che altro per gusti miei personali. Questo “Cry Havoc” è un lavoro senza particolari pretese, i Bengal Tigers suonano la musica che amano e verso la quale hanno un’evidente passione, senza pretendere di passare alla storia dell’heavy metal; basterà questo per procedere all’acquisto? Forse è meglio un preliminare ascolto per meglio comprendere…

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