Recensione: The New Flesh

Di Daniele D'Adamo - 20 Febbraio 2026 - 12:00
The New Flesh
Band: Sylosis
Genere: Metalcore 
Anno: 2026
Nazione:
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70

Tre anni, e i Sylosis tornano a farsi vivi con il settimo album in carriera, “The New Flesh“. Guidati con epico coraggio dal mastermind Josh Middleton fra i turbolenti marosi del mercato internazionale, mai domo nella voglia di proporre sempre qualcosa di nuovo, i quattro Cavalieri dell’Apocalisse mostrano un cambiamento in formazione, rispetto al precedente lavoro “A Sign of Things to Come”. E cioè l’ingresso di Ben Thomas al basso. Fatto non da poco, giacché consente a Conor Marshall di passare da tale strumento alla seconda chitarra.

Un rilievo non indifferente, questo, dato che consente a Middleton di avere fra le mani tre compagni d’avventura che conosce bene, sì da alimentare la forza di coesione fra detti membri sia in sala d’incisione, sia dal vivo. Tant’è è che la prima differenza che salta subito, o quasi, all’occhio cioè all’orecchio, è un sound granitico. Duro, potente, massiccio, dalla pulizia esecutiva estrema così com’è estrema la produzione gestita dalla Nuclear Blast Records, grazie alla quale ogni nota è percepibile con estrema chiarezza.

E, a proposito di sound, non si può nascondere il fatto che esso, almeno a parere di chi scrive, è diventato il prodotto finale di una miscela a base di metalcore, appunto, thrash e groove. La tendenza ad appoggiarsi al primo dei generi menzionati è sempre viva e vegeta, con conseguenti bordate di micidiali stop’n’go e/o ritornelli piacevoli ma tutt’altro che stucchevoli o da mercato mainstream (“Erased“, “Lacerations“). Assieme a tutto questo, sono da rilevare inoltre inserti ambient, mai invasivi ma che spruzzati qua e là donano allo stile della band del Regno Unito un magistrale tocco di modernità.

Per un suono arcigno, aggressivo nonché tirato a lucido, dal taglio affilato come da famiglia *-core che non disdegna di entrare nel territorio proibito ai deboli di cuore e cioè dove albergano i blast-beats (“Spared from the Guillotine“). Il ritmo, in tali occasioni diviene serrato, infuocato, velocissimo, dall’impatto frontale devastante ma sempre e comunque intelligibile. I Sylosis sono nati come thrash-band, e siccome le origini non si dimenticano mai, ecco che squadroni di riff quadrati, compressi, stoppati dalla tecnica del palm-muting quindi distorti per segare le ossa come se esse fossero composte di burro scorrazzano per il platter (“Beneath the Surface“, “The New Flesh“). Questa declinazione appare come elemento di novità per sostenere un’erogazione di potenza più alta possibile, senza che si generi il caos. Ma, bisogna sottolinearlo:  Middleton e i suoi soci sono davvero degli ottimi musicisti per cui non c’è alcun rischio di non riuscire nell’impresa.

E finalmente l’agognata melodia, di quella che identifica definitivamente ciò che suonano in primis i succiati figuri: metalcore. Lo dimostrano brani come “Adorn My Throne“, ove imperano con costante aggressività i pattern di batteria ma anche si trovano con più facilità i dettami di base che identificano il melodic metalcore. Pure esso presente, di conseguenza, nello stile abbastanza centrato che identifica i Sylosis: multiforme, colorato, ricco di sfaccettature, mai uguale a se stesso ma fedele ai canoni sviluppati dai Sylosis medesimi.

Per le canzoni, a questo punto, è lapalissiano affermare che siano piuttosto diverse le une dalle altre, dovendo aderire ai vari umori che circolano nel disco. Seppure adese al più volte menzionato stile musicale, hanno un campo di azione significativamente vasto, potendo agire, praticamente, a 360° fra le fogge artistiche che si trovano sparse in “The New Flesh“.

LP dal più che buon valore tecnico/artistico ma che rivela una certa incertezza da parte dei Sylosis sulla scelta della strada da proseguire per il futuro. Il cambiamento, quando c’è, ed è un bene, deve tuttavia rimanere entro i confini di uno e un solo genere, e questo per evitare la dispersione di forze ed energie. In questa fattispecie, forse, chissà, il filo rosso che Josh Middleton dovrà prendere in mano sarà quello del melodic metalcore: la propensione a comporre chorus e armonie vincenti si tocca con mano, ed è un peccato se fosse messa da parte.

Daniele “dani66” D’Adamo

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