Recensione: Dreadful Waters

Di Stefano Usardi - 26 Gennaio 2026 - 15:00
Dreadful Waters
Band: Coronatus
Etichetta: Massacre Records
Genere: Symphonic 
Anno: 2026
Nazione:
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65

Undicesimo sigillo per i tedeschi Coronatus, collettivo di Stoccarda nato nel 1999 per volere del batterista Mats Kurth che col qui presente “Dreadful Waters”, uscito la settimana scorsa, dona un successore ad “Atmosphere” del 2021. Il termine collettivo non è usato a caso, poiché anche una scorsa veloce al numero di strumentisti avvicendatisi alla corte del sunnominato Mats permette di fotografare un turnover piuttosto spinto da parte di quest’ultimo, che a parte rare eccezioni sembra circondarsi sempre di facce nuove per portare avanti il suo discorso musicale. Ma qual è, alla fine dei conti, la materia musicale di “Dreadful Waters”, domanderete voi? È presto detto, vi rispondo io: il nostro Mats e la sua ciurma propongono un power metal sinfonico dalle movenze tipicamente mitteleuropee, che si fonde con un incedere folk di stampo marinaresco e sfrutta un trittico di voci pulite (due femminili e una maschile) per colorare gli anfratti narrativi dei brani. Il concetto di oceano come di un’entità oscura, pericolosa e mistica gioca un ruolo fondamentale nell’economia di “Dreadful Waters”, che sfrutta l’atmosfera marinaresca standosene lontano (quantomeno il più delle volte) dagli eccessi caricaturali di certi colleghi, e si concentra sulla tessitura di atmosfere ora propositive, ora fiabesche, ora minacciose. Ciò, se da un lato permette ai nostri di confezionare nove tracce piuttosto variegate e ben strutturate, dall’altro non si allontana più di tanto da quanto già sentito decine di altre volte. Anche la nota di pericolo che i nostri vorrebbero associare al mare, per la verità, in “Dreadful Waters” latita un po’, insinuandosi giusto in un paio di tracce ma senza trasmettere mai una sensazione di vero pericolo. I Coronatus veleggiano senza incertezze per i tre quarti d’ora abbondanti dell’album, dispensando melodie maestose e pulsanti, attacchi più robusti e stradaioli o canzoni marinaresche in salsa power metal ma senza mai affondare il colpo, limitandosi a riproporre i soliti stilemi in modo sicuramente solido e per certi versi anche abbastanza ricercato ma senza rischiare nulla, incrociando quasi sempre in acque basse.

L’album si apre con le melodie marinaresche di “The Maelstrom”, che in breve si caricano sviluppando il brano come la classica opener propositiva e pulsante tutta cori, chitarrone e innesti sinfonici, mentre le tre voci si ritagliano il loro posto e il violino si insinua nelle trame sonore. L’intermezzo rilassato riscopre la melodia iniziale, che si declina in modo più suadente per fungere da base per la rincorsa corale che chiude il pezzo e traghetta alla solare “Through the Brightest Blue”. Qui i nostri rallentano per indulgere in una certa raggiante maestà coronata dal buon uso delle voci femminili (una lirica e l’altra più ruvida), dando vita ad una marcia luminosa e dal retrogusto bucolico. “To the Reef” si apre su una melodia inquieta che sfrutta gli innesti di flauto e violino per mescolare le carte, giocando con improvvisi ispessimenti e un andamento altalenante, a tratti danzereccio e a tratti più sfacciato. Anche qui la pausa centrale torna ai toni nervosi dell’apertura, caricandoli però di un’enfasi strumentale sfruttata come base per il fronteggiarsi delle voci femminili fino al climax corale in odor di vecchi Nightwish. “The Ship’s Cook” si apre su una melodia languida che si fa presto maestosa e cafona, sfruttando anche qui gli intrecci e i duelli delle voci femminili su motivi marinareschi sotto steroidi per pompare carica propulsiva ed atmosfere eroiche, chiudendosi poi sulle stesse note languide che l’avevano aperta. È il momento della ballata, sussurrano le note suadenti di “Southern Cross”: il pezzo fluttua infatti su melodie sognanti in cui si insinuano le incursioni dal retrogusto decadente del violino, e si fa pulsante col procedere del minutaggio. Con “The Siren” si torna propositivi: il pezzo, introdotto da orchestrazioni tese e cariche di aspettativa, torna a snocciolare una certa cafonaggine sorretta da chitarre corpacciute e ritmi insistenti, mentre il duetto femminile punteggia l’alternanza strumentale tra atmosfere inquiete ed enfatiche. Anche qui la pausa centrale serve per prendere la rincorsa in vista del climax, che però stavolta viene corrotto da toni maligni giusto nel finale. Con la successiva “A Seaman’s Yarn” si fugano le nubi raccolte nella traccia precedente, grazie alla classica canzone marinara gioiosa e spensierata declinata su un tappeto sonoro che si fa di volta in volta bucolico e maestoso. “Dark Ice” rallenta ed incupisce i toni per incedere con un piglio più ritmato, duro e stradaiolo, seppur screziato da inserti melodici meno minacciosi e confeziona una marcia scandita e volitiva, in cui l’enfasi orchestrale viene relegata in secondo piano senza perdere mai troppo di vista il centro della scena. Il compito di chiudere le danze è affidato alla sognante “Die Hexe und der Teufel” (la strega e il diavolo), in cui voce maschile – che sembra quella del Christopher Lee dell’album coi Rhapsody – e voce femminile duettano su un tappeto sonoro languido e rilassato, pulsante, dimesso, prendendo congedo dai propri fan con una nota romantica ed intimista.

Dreadful Waters” farà sicuramente la felicità dei fan del combo alemanno grazie ad un piglio immediato ed una serie di canzoni equilibrate e facilmente assimilabili, ma la sua resa complessiva troppo canonica e in ultima analisi abbastanza impalpabile difficilmente gli permetterà di svettare sopra il mare magno dell’agguerrita concorrenza.

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