Recensione: Born from Chaos

I Dymytry Paradox sono una band cechia esistente sin dal 2005. Prima come entità esclusivamente regionale in lingua madre, che ha dato alle stampe un considerevole numero di LP, EP, singoli.
Ma ora non più. La partnership con la Reaper Entertainment e la decisione di utilizzare l’inglese ha posto il nono pargolo, intitolato “Born from Chaos“, su un livello tale da poter competere con sicurezza nei propri mezzi con le altre realtà che bazzicano il metal estremo.
Metal estremo? Sì, perché il modern metal, ovvero il genere cui s’immerge il disco, è un discendente del death metal. Un’affermazione simile potrebbe apparire bislacca, tuttavia ci sono realtà quali Disarmonia Mundi, Destrage e The Stranded, per dirne tre che, nella decade scorsa, hanno operato il necessario depotenziamento della furia del death per indirizzarlo verso un suono maggiormente ricco di armonizzazioni, mantenendo però il nerbo necessario.
Dettami che si ritrovano, anche se arricchiti da altri elementi basilari, nello stile dei Nostri. L’energia in ballo è tanta, e scorre a fiumi lungo tutta la durata del disco, generando song virulente, trascinanti, tutte assestate sul medesimo livello di watt (“Empire of the Fallen“). Ma, soprattutto, dotate di ritornelli melodici (“War Beneath My Skin“), alcuni dei quali addirittura clamorosi (“Reignite Me“) con l’immancabile hit (“Overmind“).
Detto questo, occorre rimarcare che lo stile suddetto si pone ai limiti dell’avanguardia grazie al massiccio inserimento di elettronica. Non abbastanza da snaturare i confini del modern metal, ma sufficiente a pennellare l’LP di un mood futuristico, cibernetico, che rimanda ai tanti film di fantascienza a sfondo distopico che popolano la cinematografia internazionale.
Affinché tutto quanto sopra abbia un senso, però, occorre che i musicisti abbiano una solida preparazione tecnica, circostanza che si rivela corretta, grazie alla quale l’esecuzione dei brani si mostra adulta, ben formata, si ripete molto sicura di sé, in grado di materializzare le idee che bazzicano nelle teste dei Nostri.
Come spesso accade la prima disanima è indirizzata al cantante. Protheus. Il quale affronta le proprie linee vocali con una scoppiettante vivacità, una buona dose di verve; capace di passare dal growling più aggressivo e profondo a clean vocals di alto livello tecnico/artistico (“Grave with No Name“). Un vocalist ideale, quindi, per la voglia del combo della Repubblica Ceca di conquistare prima l’Europa e poi il Mondo.
Aderenti alla qualità di Protheus sono le abilità della coppia di chitarristi Yuri Dymo e Gorgy. Irreprensibili nel creare un considerevole muro di suono, davvero possente, sul quale si possono immaginare i testi dei chorus delle tracce (“Born from Chaos“). L’attitudine che li muove è senz’altro quella del thrash. Ovviamente, qui di thrash non c’è nulla. Il discorso è difatti incentrato sull’origine della monoliticità della fase ritmica, a tratti da segare le ossa. Nondimeno, si alzano come saette gli assoli fulminanti della solista, le cui volute salgono, salgono, salgono, sino a toccare il cielo.
La sezione di spinta, composta da R2R (basso) e Miloš Meier (batteria) fa il suo lavoro, lasciando perdere eccessivi cambi di tempo, soluzioni lambiccate anche per ciò che concerne le tablature dell’ascia a quatto corde. Così facendo, il platter scorre via senza sbavature, con una pregevole continuità che, forse, è uno degli elementi più visibili e percepibili del platter medesimo.
Il modern metal è una foggia musicale difficile, nel senso che basta poco per uscire dalla sua linea di frontiera. I Dymytry Paradox si mostrano assolutamente in grado di gestire il proprio sound in maniera tale da ottemperare a questa regola. Oltre a ciò, la loro vena compositiva pompa continuamente grandi portate di… musica. Tirando quindi le somme “Born from Chaos” è un’opera adatta a chi piace sognare a occhi aperti ma anche ai fan del metallo oltranzista di ampia veduta.
Daniele “dani66” D’Adamo
