Recensione: III
I black metaller scozzesi Fuath, attivi da una decina d’anni, hanno appena dato alle stampe il loro terzo lavoro, “III”. Se il binomio Scozia e black metal vi fa suonare un campanello in testa niente paura, probabilmente c’avete preso: i Fuath altro non sono, infatti, che il progetto parallelo di Andy Marshall, master mind dei Saor, un altro gruppo che di black atmosferico sa giusto un paio di cosine. Un ascoltatore casuale potrebbe chiedersi come mai il buon Andy tenga in piedi due gruppi apparentemente simili, visto che sia i Saor che i Fuath (“odio” in gaelico) sfruttano gli spazi sconfinati delle Highlands come fonte di ispirazione principale per svilupparsi sulle coordinate di un metallo gelido e sferzante. In realtà, bastano pochi ascolti per capirlo: con i Fuath, infatti, il signor Marshall veicola un messaggio musicale più ferino, tagliente e violento, avvicinandosi maggiormente alla cattiveria del black metal classico. L’inconfondibile impronta dello scozzese, comunque, plasma inevitabilmente anche i solchi di questo “III”, che sebbene viva per un diverso scopo deve comunque fare i conti con essa. Se è vero, però, che basta un solo ingrediente in più o in meno per stravolgere una ricetta, anche in questo caso un paio di accorgimenti apparentemente minori producono risultati molto meno prevedibili di quanto ci si aspetterebbe. Ecco quindi che i brani lunghi e articolati a cui il nostro ci ha abituato, costruiti come ampie dissertazioni strumentali, qui si avviluppano in spire concentriche e ripetitive sulle stesse melodie, introducendo ad ogni passaggio piccole variazioni per infondere in esse un persistente straniamento. Il cantato viene spesso lasciato in secondo piano, soverchiato dalle raffiche strumentali, disegnando così paesaggi impervi, inaccessibili all’essere umano, flagellati da venti freddi ed impietosi ma in grado di suscitare anche una certa selvaggia soggezione. Se a ciò uniamo il carattere maligno e canonicamente black che sta alla base del progetto otteniamo composizioni di un’insistenza snervante e rabbiosa, che lasciano poco spazio alle melodie malinconiche – seppur presenti di tanto in tanto – e soprattutto agli squarci dal retrogusto folk che invece sono una costante nei Saor. I pochi ammorbidimenti sonori veri e propri di “III” sembrano inseriti per enfatizzare il senso di inquietudine e smarrimento nell’ambiente ostile ed opprimente che domina gran parte dell’album: isole di pace momentanea in attesa di una nuova bufera. Ciò è abbastanza evidente già nella prima traccia, “The Cailleach”, che su una struttura costruita sulla reiterazione di melodie tese che ne scandiscono i diversi movimenti inserisce, di tanto in tanto, qualche rallentamento in cui affianca uno sviluppo strumentale più meditativo – seppur guardato a vista da una batteria sempre guardinga – a voci laceranti. La lunga sfuriata finale si spegne pian piano, sfumando lentamente e cedendo il passo alle melodie sghembe e i ritmi martellanti di “Embers of the Fading Age”. In breve la violenza iniziale si stempera in un segmento inquieto e in un arpeggio dimesso guardato a vista, però, da una batteria nervosa che in poco tempo torna a dettar legge. Anche qui l’ultimo terzo del pezzo si avvolge concentricamente su un riff sferzante e sfiancante, che sfuma pian piano fino alla sveglia di “Possessed by Starlight”. Anche qui la partenza è veemente, con le melodie che si fanno irose piuttosto alla svelta pur lasciando trasparire di tanto in tanto qualche nota meno serrata e quasi eroica: si veda ad esempio il crescendo centrale che poi cede le luci della ribalta ad un passaggio più teso, sempre sul punto di rompere gli argini fino ad avvolgersi su se stesso nel finale interrotto. Un classico assalto all’arma bianca apre la conclusiva “The Sluagh”, i cui ritmi martellanti sostengono riff tesi fino all’ingresso della melodia stremata che dona un attimo di tregua. Il brano sfrutta questo rallentamento, gli si avviluppa addosso, insinuando nella melodia portante un pathos languido e a tratti esasperato e spegnendosi poi di colpo per cedere il passo ad un arpeggio dimesso, suadente. L’ingresso dei sintetizzatori dona alla scena accenti onirici, mentre il progressivo innalzamento dei ritmi introduce un’urgenza latente che esplode, infine, nel ritorno alla furia sonora, seppur screziata in breve dal ritorno di note malinconiche nell’amalgama che ci accompagna al congedo con un arpeggio nuovamente suadente.
Per certi versi, “III” è esattamente ciò che ci si aspetta pensando a un prodotto di Andy Marshall, mentre per altri non fatico a capire cosa lo abbia spinto a dedicarsi ad un progetto musicale alternativo alla band madre. Sebbene alcune delle caratteristiche dello scozzese siano riscontrabili anche qui, come l’abilità nel creare atmosfere allo stesso tempo selvagge e a modo loro suadenti e la capacità di far coesistere elementi e stati d’animo diversi nello stesso brano, il respiro glaciale ed ostile trasmesso dai Fuath stonerebbe in un contesto diverso. Ascolto consigliato non solo agli amanti del black metal atmosferico, ma anche ai cultori della musica sanguigna e appassionata.

