Recensione: Colours of Pain

Tornano all’attacco gli alfieri tedeschi del blackened death metal, i Bloodred. Il fronte bellico che si apre nei territori del furore musicale estremo si chiama “Colours of Pain“, ovvero il quarto album in carriera.
Se spesso ci si arrovella il cranio per cercare di inquadrare una data proposta musicale in un canale più o meno ben definito, in questo caso non ci sono dubbi: difficile trovare in giro qualcosa che suoni blackened death metal più dei Nostri. Che, con un atteggiamento encomiabile, si sono via via evoluti sempre di più in direzione di un sound totalmente devastante ma soprattutto tinto di nero, contenente nel suo DNA più di un dettame appartenente al black.
Anzitutto una ferocia accompagnata in talune occasioni da elementi altamente melodici (“Ashes“), quasi a voler scimmiottare il symphonic (black ma anche death). Definendo in tal modo un ambiente musicale atmosferico (“Mindvirus“), nel senso che il predetto sound si ammanta di un abito scuro che, quasi fosse un’opera di magia, consente a chi ascolta di ampliare le proprie percezioni sensoriali in accordo con quelle che si sviluppano con le varie tracce.
La somma di questi dettagli rende lo stile del duo teutonico piuttosto originale e parecchio riconoscibile in mezzo a tanti altri similari. Senza stravolgere il tutto, insomma, quel che è uscito fuori è un un suono potentissimo, devastante, ma anche ricco di fattori che riconducono senza tentennamenti ma anzi rapidamente alla coppia suddetta. La quale, composta dal polistrumentista Ron Merz (voce, chitarra, basso) e Joris Nijenhuis (batteria), lascia intendere che, se c’è talento e classe, si può benissimo dar vita a un disco molto interessante anche se si è in due.
E, a proposito di chitarra, occorre rimarcare che trattasi sicuramente della sezione in cui pulsano i cuori dei ridetti Merz e Nijenhuis. I riff, soprattutto, derivanti da un approccio thrashy alla questione, sono tremendamente duri, sì da creare un riffing dai connotati giganteschi. Un irreprensibile muro di suono, preciso in tutte le due componenti geometriche (“Heretics“), tant’è che non è così comune rilevare nel mondo del metal un’accuratezza simile. E, nondimeno, un suono lontano anni luce dalle zanzare dell’old school o di certo black ma bensì vicino a quello prodotto dalle migliori band esperte nel thrash.
Anche gli assoli sono ben calibrati, dimostrando una capacità esecutiva a tutto tondo posseduta dal mastermind Merz nel maneggiare il suo strumento. Un po’ più allineata alla media – alta, comunque – la prestazione vocale, assestata su un growling cavernoso, roco, non particolarmente profondo ma aggressivo come si deve. La sezione ritmica esplode letteralmente quando Nijenhuis scatena blast-beats dall’intensità e dalla potenza impossibili, che stordiscono chi ascolta proiettandolo nell’agognata trance da hyper-speed.
Terremotanti, pure, i mid-tempo, come quelli di “Death Machine“, che tuttavia sono di breve durata data la tendenza del combo di Oberstenfeld a oltrepassare i limiti dell’umana sopportazione a cavallo di un sound che non fa prigionieri. E, anche in tali frangenti, mostrando un’abilità tecnica in grado di regalare un’esecuzione precisa, tagliente, senza alcun difetto. Che, accompagnata a un songwriting anch’esso di primo livello, dà vita a un insieme compatto di song, ognuna dotata di una propria personalità nonché singolarità.
Il che rende “Colours of Pain” un full-length ideale per godere della frammistione fra i tocchi atmosferici del black che appartiene a tale stirpe e la dirompente energia del death. Un disco che, si spera, non scivoli nel dimenticatoio poiché non lo merita affatto.
Daniele “dani66” D’Adamo
