Recensione: Mediterranean Melancholy
“Mediterranean Melancholy” è il ritorno in scena dei doomster croati Old Night. Il disco arriva a tre anni esatti dal bellissimo quanto sfortunato “Ghost Light”. L’album del 2022 fu infatti un lavoro capace di proiettare la band verso lidi artistici elevatissimi, ma incontrò grandi difficoltà di distribuzione. La Solitude Productions dovette fare i conti con delle limitazioni – nate in seguito all’invasione russa in Ucraina – che compromettevano la diffusione dei propri titoli. Nel 2024, poi, in casa Old Night avvenne uno scossone in line-up che portò all’uscita del chitarrista-cantante Matej Hanžek. La voce di Matej, a tutti gli effetti, rappresentava una delle peculiarità della band. Come sarebbe stato accolto dai fan il sostituto? Ma soprattutto: il nuovo cantante avrebbe saputo garantire il pathos, l’emotività, la teatralità propria di Matej? L’attesa per il quarto disco della compagine di Rijeka si fece quindi elevatissima. Molti si chiedevano se gli Old Night, forti di un nuovo contratto con Meuse Music Records, sarebbero stati capaci di bissare la qualità espressa nel 2022. D’altro canto, la nuova formazione, con l’ingresso di Rafael Cvitković alla sei corde e il passaggio del microfono a Ivan Hanžek, fratello di Matej, garantiva stabilità e continuità. Insomma: la quarta fatica del combo croato mette tanta carne al fuoco. Addentriamoci quindi alla sua scoperta.
“Mediterranean Melancholy” è un disco complesso e articolato, le cui composizioni si attestano su livelli altissimi, come da tradizione Old Night. Per poterne però comprendere ogni sfumatura, prima di approcciarci alla sua musica, dobbiamo analizzarne il concept. Sì, perché per gli Old Night “Mediterranean Melancholy” è un omaggio alla propria terra, un lavoro carico di immagini, intriso di sentimenti e sensazioni spesso malinconiche. Veniamo quindi catapultati nella Croazia adriatica, con le sue coste rocciose, il gelo e la Bora invernale, la nebbia, il mare – burrascoso d’inverno e con sfumature rosso sangue durante i tramonti estivi – e il faro del molo. Visioni intime, che si traducono in composizioni cariche di pathos, in cui il lato emotivo ricopre un ruolo importantissimo. Le canzoni risultano infatti profonde, con melodie che scavano nell’io dell’ascoltatore. Il tentativo è chiaro: avvolgere l’appassionato in quella visione nostalgica e mistica attorno a cui si erge “Mediterranean Melancholy”. È sufficiente ascoltare l’intro per rendersene conto, grazie alle tastiere in sottofondo e a una linea vocale quasi liturgica. L’apertura vera e propria dell’album è affidata a ‘Homebound’, che esplode in un riff potentissimo, per poi lasciare spazio alle classiche atmosfere Old Night. L’album è caratterizzato da una grande intensità e condensa tutte le prerogative del sound della compagine di Rijeka: doom metal, elementi progressive e una grande cura per le melodie e gli arrangiamenti. “Mediterranean Melancholy” è stato pensato come una sorta di viaggio e come tale va vissuto. È quindi un album che dev’essere ascoltato dall’inizio alla fine. Solo in questo modo potremo apprezzarne le evoluzioni e ritrovarci avvolti in melodie ipnotiche e suadenti, come avviene con la bellissima ‘Stormbirds’. L’apice del platter viene però raggiunto nelle sue battute conclusive. Incontriamo infatti la spettrale ‘Ghosts’, una sorta di risposta mediterranea a un certo sound nato in terra d’Albione, proprio dei Paradise Lost, e la malinconica ‘The Loneliness Of Lighthouse Keepers’.
Davvero ottima la produzione, con suoni cristallini e al passo con i tempi. La prova dei singoli si attesta su livelli elevatissimi. Spicca la prestazione di Nikola Jovanović alla batteria, sempre pronto a inserire accenti per garantire dinamica e personalità ai pezzi. Una performance davvero maiuscola, la sua. Le vere protagoniste di “Mediterranean Melancholy” sono però le chitarre, come da scuola Old Night. Il lavoro delle tre asce è davvero elegante e ricercato, caratterizzato da riff grossi come macigni, arpeggi e note singole. Una continua evoluzione che porta l’album a essere ora aggressivo, ora suadente e delicato, per poi divenire ipnotico e nostalgico. Il basso di Luka Petrović è il perfetto collante delle varie identità sonore e le sue scale sono ormai personali e facilmente riconoscibili. Da segnalare anche le sue aperture in growl, sempre efficaci e perfette come contraltare alla voce pulita di Ivan Hanžek. E arriviamo quindi all’osservato speciale: il nuovo cantante. Ivan dimostra di avere una voce molto affine a quella del fratello, tanto che in alcuni momenti il timbro appare lo stesso. La differenza però c’è. Matej presentava una voce più profonda, con uno spettro più ampio, capace di immergersi alla perfezione nel sound degli Old Night. Ivan, invece, tende a insistere su tonalità più acute, una soluzione che non sempre risulta la più efficace, come avviene ad esempio nella già citata ‘Homebound’. E forse è proprio questo aspetto che non permette a “Mediterranean Melancholy” di raggiungere le stesse vette toccate dal precedente “Ghost Light”. Nel disco del 2022 musica e voce formavano un tutt’uno, amplificando l’impatto emotivo dell’opera, che risultava avvolgente. Momenti che vengono invece meno in alcuni passaggi di “Mediterranean Melancholy”, che non riesce a insinuarsi con la stessa enfasi del suo predecessore nell’animo dell’ascoltatore. E come spesso accade, quando si conoscono le reali potenzialità di un individuo – di una band, nel nostro caso – è normale essere pretenziosi.
“Mediterranean Melancholy” conferma quindi l’ottimo stato di forma degli Old Night. Allo stesso tempo, però, il cambio di cantante segna un passaggio di transizione palpabile tra passato e presente. “Mediterranean Melancholy” è sì un lavoro elegante, di classe, ma in cui l’intensità emotiva si attesta uno scalino sotto il recente passato. Nulla di allarmante. Di qualità ce n’è davvero tanta. È però normale che un avvicendamento così importante qualche strascico lo lasci. Per certi aspetti, questo platter è una sorta di nuovo inizio per gli Old Night. E se la ripartenza si attesta su questi livelli, possiamo ben sperare in previsione futura.
Marco Donè

