Recensione: Seeking the Absolute
Avevamo parlato un po’ dei Nine Treasures – band formata nel 2010 a Pechino da Askhan – nel nostro articolo dedicato ai 9 album folk metal mongolo . In questa sede parliamo di “Seeking the Absolute“, il loro quarto album, uscito nel 2025.
Una contestualizzazione
La nuova opera segue la compilation “Awakening from Dukkha“, da cui “eredita” la robustezza del sound. “Seeking the Absolute” integra gli strumenti tradizionali come tovshuur, balalaica e morin khuur in un cuore metal decisamente più moderno rispetto al passato, nonché stratificate tendenze progressive e sperimentali. Il risultato è sia combattivo che colmo di spiritualità mongola e, a tratti, anche vagamente buddista ( il leader Askhan è un buddista praticamente).
Gli assoli sono disegnati dal morin khuur che, quando è unito alle chitarre, pare evocare certe soluzioni dell’organo Hammond di John Lord. D’altro canto, il ruolo la balalaica appare più marginale.
Il cantato di Askan, scivola fluidamente tra quello grezzo, quello pulito ed il throath singing, con rare incursioni rap, in un incontro tra passato e presente.
La recensione di “Seeking the Absolute”
Quest’opera è composta da otto tracce di pressoché media durata più un intermezzo, per circa quaranta minuti totali. Il contraltare tra lo stile precedente – perlopiù “festaiolo” e solare – a quello odierno – ricercato, austero eppure giovane – è evidente.
Partendo dal buono che “Seeking the Absolution” può offrire, “Indecision ” è probabilmente la traccia migliore grazie alla sua mutevolezza tra ritmi scanditi, spirito baldanzoso quasi rap ed epicità drammatica e nostalgica.
Assolutamente avvincenti anche la title-track e “Steel Falcon”. La prima affascina per la grazia esplosiva, granitica ed epica, sfumata da una spiritualità solenne. Notevoli le parti in clean, veramente distensivi e intoccabili nell’animo. ” Steel Falcon” brilla invece grazie allo spirito tumultuoso, impreziosito dalla batteria jazz e dal tocco meditativo della scintillante balalaica.
Da menzionare anche “Lonely Old Horse” e “The Ultimate Evolution”. Il primo è un favoloso strumentale malinconico, tormentato eppure implacabile, mentre “The Ultimate Evolution” sorprende con melodie luminose e pulsanti della balalaica in stile Alan Parson Project. Il pezzo prosegue via via intensificandosi, tra throath singing, cori eterei e suggestioni doom. In linea con l’illuminazione, insomma, raggiunta dopo il superamento della sofferenza.
Parlando di ciò che convince meno, “Until Now” e “Real Dream” tendono, purtroppo, ad essere un filino dispersive in certe soluzioni, specie “Until Now”. Non era necessaria, per dire, la coda verso alla fine. Sarebbero stati altrimenti degli ottimi pezzi.
Conclusione
Con “Seeking the Absolute” i Nine Treasures propongono un album fondamentalmente più che buono a livello compositivo. La scelta di deviare verso sonorità più sperimentali, complesse e granitiche è molto azzeccata; un’evoluzione da quell’impostazione “allegra” ( da cui emerge l’ottimo album omonimo) che alla lunga poteva risultare ripetitiva.
L’ottima produzione rende giustizia a tutti gli elementi, rendendoli potenti ma equilibrati.
I nostri si confermano tra i gruppi punta della scena folk metal mongolo, assieme ai – recenti The Hu – Suld, Ego Fall ed agli indimenticati Tengger Cavalry.
Elisa “SoulMysteries” Tonini
