Recensione: Incongruous Forms of Evergrowing Rot

Di Daniele D'Adamo - 8 Aprile 2026 - 12:00
Incongruous Forms of Evergrowing Rot
Band: Foetorem
Genere: Death 
Anno: 2026
Nazione:
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Prodotto dell’underground danese, i Foetorem raggiungono il traguardo del primo full-length in carriera poco dopo la loro formazione, avvenuta circa due anni or sono.

Se si pensa che il loro nome, più o meno, significa tanfo di decomposizione, non è difficile comprendere quale sia il genere in cui bazzicano. Il quale, ovviamente, non poteva che essere il death metal, declinante spesso nelle mortifere volute del doom. Un connubio che si trova spesso, in giro, ma che genera spesso confusione in quanto non si tratta di una foggia musicale unica, formata cioè dalle due tipicità, quanto di due elementi ben distinti che s’intersecano continuamente. Generando in tal modo un sound potente, massiccio, a tratti veloce in termini di BPM, a tratti invece lento.

Comunque sia, “Incongruous Forms of Evergrowing Rot” presenta episodi più ragionati e intimisti, accanto a sfuriate death che spaccherebbero in due una montagna (“Escalating Rot“). Con una certa tendenza ad accelerare, a volte sino a sfondare la barriera dei blast-beats (“Rebirth in Morbid Disgust“). Ciò accade sia fra una traccia e l’altra, sia all’interno della medesima. Lasciando pertanto un po’ di curiosità sul modo in cui si svilupperà il tragitto compreso fra “Reeks of Moldy Guts” e “Peeled Face Mask“.

Lasciando da parte le tematiche, ancorate ai soliti cliché bagnati in fiumi di sangue putrefatto o in pozze di repellente putridume, c’è da dire che il combo di Kolding sa il fatto suo, almeno in materia di musica. Il disco suona maturo, adulto, in maniera del tutto professionale, con che sorge spontaneo il sospetto che i cinque membri non siano di primo pelo. Purtroppo le note biografiche non aiutano, per cui si rimane a livello di congettura.

Il death, in ogni caso, per sposarsi alla perfezione con il doom, non può che essere quello della vecchia scuola. E questo perché i dettami di quest’ultima, volti a creare un ambiente malsano, puzzolente nonché legato a tutto ciò che è cimitero, cripte, ecc., si adattano per bene a quelli del ridetto doom, spesso diversi solo e soltanto per un approccio meno aggressivo alla questione.

E allora varcano la soglia degli inferi growling profondi, rabbiosi, che raffigurano i denti di belve affamate di carne umana; accompagnati da un riffing dal suono zanzaroso, di difficile discernimento ma che però si rivela perfetto per materializzare gli scenari più su immaginati. Elemento che invece non si trova così spesso in questi territori è la melodia. Certo, non si tratta di AOR, pur tuttavia alcuni passaggi orecchiabili producono l’effetto di consentire di prendere aria agli ascoltatori, perennemente ricoperti da una cappa caliginosa.

Molto presente la sezione ritmica, specialmente nelle rifiniture del basso, tutt’altro che in secondo piano quanto invece in prima linea per irrobustire un suono che, non appena il drumming alza il numero dei colpi, diventa semplicemente devastante. Suono che ha in sé, oltre alla melodia, il suo contrario, ovvero la dissonanza. Udibile in song tipo “Tapestries of Misery“, nelle quali la fruibilità del malloppo uditivo presenta delle difficoltà dovute alla non-linearità dell’incedere dei pattern di batteria, facendo in tal modo l’occhiolino a quello che oggi è definito come dissonant death metal.

Definizioni a parte, le canzoni scorrono comunque con sufficiente scioltezza, erigendo un wall of sound pressoché invalicabile sì da mettere a dura prova anche gli scalatori più allenati ed esperti. I quali trovano rifugio nell’unico brano atmosferico, “Decay of the Flesh“, molto ben riuscito proprio, grazie, all’irrobustimento del suo retroterra musicale con interessanti campionamenti.

Malgrado la loro apparente giovane età, i Foetorem hanno saputo affrontare con coraggio e serietà il selettivo mondo del death metal. Il risultato, “Incongruous Forms of Evergrowing Rot“, presenta tuttavia un (classico) peccato di gioventù legato a una certa mancanza di originalità che ne mina alla base il valore assoluto, seppure in maniera non così incisiva.

Daniele “dani66” D’Adamo

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