Recensione: Square One
I Rave in Fire sono spagnoli, precisamente di Madrid ed esistono dal 2015. Il loro debutto risale al 2018 con l’EP Chronicle of a Timeless End al quale fa seguito il full length Sons of a Lie del 2022, sotto la label Iron Oxide, che si può considerare a tutti gli effetti la pietra angolare della loro carriera. Nel 2024 avviene la loro consacrazione a livello internazionale, sotto forma di partecipazione al Trvheim Festival, in Germania.
La band si definisce ispirata dai veterani del metallo spagnolo Barón Rojo e Obús, ma anche Witchtower, Leather Heart, Steelhorse e Hitten. La formazione schiera Jaime “Jimi” Susanna alla batteria, Jonjo Negrete alla chitarra, Sara Carretero al basso e Selene Perdiguero alla voce.
Il loro nuovo album, Square One, oggetto della recensione, vede la luce per la High Roller Records e si accompagna a un libretto di sedici pagine con tutti i testi, le foto dei singoli componenti la band e le note tecniche di rito.
La band ci tiene a precisare che si tratta di un lavoro totalmente autoprodotto, in quanto le fasi di registrazione, produzione e mastering sono state effettuate da Jonjo Negrete, il chitarrista del gruppo che, dati i successivi risultati alle casse durante l’ascolto, ha lavorato al meglio.
Che abbiano le idee chiare, gli spagnoli, pare abbastanza palese, nel momento in cui paragonano la prestazione della loro cantante, Selene Perdiguero, a Leather Leone dei Chastain, in particolare all’interno delle canzoni “Dark Poison”, “Knightwalker” e “Speed And Rave“. Un azzardo, forse, anche se va riconosciuto a “Sele” del sicuro talento e carattere da vendere.
Square One è un album che si rifà in maniera evidentissima agli anni Ottanta, la copertina non mente in questo senso, anche se di primo acchito potrebbe fare pensare a un prodotto tipicamente hard rock. Situazione che poi si dipana durante la fruizione, essendo la componente melodica parte integrante del songwriting dei madrileni. Fra rimandi alle band spagnole sopraccitate, Warlock e alle partiture più massicce di Dokken e Vixen, le nove canzoni ricomprese dentro i tre quarti d’ora scarsi di durata colpiscono nel segno, senza nessun filler evidente. A tratti Selene Perdiguero ricorda la nostra Morgana nazionale nei passaggi più cadenzati fornendo una prova solida, anche se macchiata da qualche fuorigiri quando tira oltremisura, come su “Untiring Eagles”.
Da segnalare la possente “Dark Poison”, l’ammiccante “Crown of Stars” e il rock arena di “Witches’ Hell”.
Piacevole senza annoiare.
Stefano “Steven Rich” Ricetti
