Live Report: Airbourne + Asomvel @ Alcatraz, Milano – 14/03/2026

Live Report: Airbourne + Asomvel @ Alcatraz, Milano – 14/03/2026
a cura di Martina L’Insalata
Quello del 14 marzo a Milano è un sabato decisamente poco primaverile: fa freddo e diluvia per tutto il giorno, ma non è niente in confronto al terremoto che si scatena la stessa sera all’Alcatraz con gli Airbourne, tornati nel nostro Paese a distanza di poco più di un anno dalle ultime date di Firenze e Padova. Con loro di nuovo gli inglesi Asomvel per una serata hard rock vecchia scuola.
Capitanati da Ralph Robinson alle voci e al basso, gli Asomvel si annunciano con la canzone tema di Rocky e iniziano la serata dandoci proprio quello di cui abbiamo bisogno: in un giorno come questo in cui i fan del rock’n’roll piangono la scomparsa di Phil Campbell, un set speed metal in tutto e per tutto stile Motörhead è il giusto modo di celebrare la vita e la musica di chi ci lascia un’eredità artistica immensa. Tra le loro Louder & Louder, Born To Rock’N’Roll, Set Your World On Fire e Outside The Law si fa spazio prepotentemente anche una cover tributo di Born To Raise Hell. Non sarà proprio la stessa cosa ma è sempre bello vedere muri di amplificatori Marshall, bullet belt sul palco e gente presa bene attaccata alla transenna. Concludono il set con Light ‘Em Up e The Nightmare Ain’t Over, rendendoci soddisfatti già così.

Niente davvero ti prepara a quel che arriva dopo, nemmeno i cori su Run To The Hills e il pogo esagitato su Ace Of Spades nel cambio set: il muro di amplificatori raddoppia, le luci si spengono e la batteria inizia a scandire il ritmo ma solo finché non riecheggia nell’aria il suono di una chitarra, quella di Joel O’Keeffe. I suoi Airbourne salgono sul palco spettinando tutti con il loro ultimo singolo Gutsy, uscito lo scorso giugno. Proseguono con Too Much, Too Young, Too Fast e il pubblico salta fortissimo e compatto come quello del River Plate di Buenos Aires in quel famoso video di Thunderstruck degli AC/DC: del resto, è da anni che diciamo tutti di quanto i fratelli O’Keeffe siano a tutti gli effetti gli eredi dei fratelli Young.
Dopo Cradle To The Grave arriva Hungry, “per tutti quelli presenti in questa sala che suonano in una band”. Volano birre, bicchieri e maglie, è ribellione pura. Il caos sembra assestarsi su Back In The Game ma è tutta un’illusione, perché Joel è pronto a scendere dal palco durante Raise The Flag: fa il giro del parterre sulle spalle della security con la chitarra sempre in braccio, apre una birra semplicemente fracassandosela in testa, siamo tutti fuori controllo in una specie di stato di trance ma che invece della cassa dritta è dovuto al rock’n’roll.
Anche loro si prendono un momento per omaggiare Phil Campbell e la crew dei suoi Bastard Sons con cui in passato hanno condiviso un tour nel Regno Unito e lo fanno su una canzone nuova di zecca dal titolo Alive After Death: il volume sembra incredibilmente più alto e se davvero c’è un inferno e un paradiso, sono sicura che il rock’n’roll possa arrivare allo stesso livello di decibel fino a lì.
Non si fermano un attimo e il pubblico è costantemente coinvolto: “volete sentire Fat City o Diamond In The Rough?”. Vince la seconda, seguita da Breakin’ Outta Hell. A chiudere il trio, il rumore di motori per eccellenza, quello che anticipa Live It Up: volano ancora birre e bicchieri, le ragazze salgono sulle spalle e ancora una volta penso che sia proprio il mio personale live al River Plate ed è fantastico. L’encore è una scarica di adrenalina allucinante affidata a Ready To Rock e Runnin’ Wild.
Gli Airbourne lasciano il palco con una promessa che suona come la più bella delle minacce: “finché noi siamo vivi e finché voi siete vivi, il rock’n’roll non morirà mai” e gli crediamo ciecamente ma solo perché sappiamo che tutto questo va oltre la vita e la morte, per sempre al di sopra di tutto. Sappiamo già che torneranno qui il prossimo 7 luglio al Castello Scaligero di Villafranca di Verona in apertura ai The Darkness e non vediamo l’ora di rivivere questo delirio.
Usciamo dall’Alcatraz che ancora diluvia, forse anche più di prima quasi come questo concerto avesse ulteriormente scatenato e incasinato il meteo. Qualcuno intona ancora i cori di Ready To Rock, qualcun altro commenta “dovrebbero fare Assago, non l’Alcatraz” e, per quanto ami vedere la mia musica sui palchi grandi davanti alle distese infinite di persone, penso di non essere d’accordo per la prima volta in vita mia: è stato magico proprio perché è stato più intimo, più raccolto e, per quanto sia controproducente in termini economici, forse a volte è giusto che la magia rimanga lontana dai riflettori dei fenomeni social e della fomo, in modo da preservarne la vera natura. Quella del concerto piccolo e sudato pieno di birra, delirio e chitarre che ci fanno sognare le atmosfere del Roxy e del Whisky A Go Go, omaggiando leggende senza tempo oltre la vita e la morte, proprio come il rock’n’roll.
