Recensione: Theos Vel Samael
Il caldo e soleggiato Brasile, è famoso per le sue spiagge paradisiache, cocktail e foreste pluviali; ma c’è una macchia nera forte, perché, come diceva Goethe “Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera”: una folta e radicata scena metal, con una fan base davvero accanita. Nella fattispecie, la scena black metal brasiliana è stata una delle più influenti e primitive del Sud America, pioniera nel fondere trash e death metal con simbologie sataniste e corpse paint fin dagli anni ’80: basti pensare, ad esempio, ai Sarcófago, il cui INRI ha influenzato direttamente la scena black metal norvegese.
Gli Ain Sof Aur nascono a Brasilia, nel lontano nel 2006, e hanno una discografia piuttosto scarna, con due soli album, Atra Serpens (2012) e Ophis Christos (2014); dopo dodici anni arriva il terzo, Theos Vel Samael, un’opera oscura e ricca di simbolismo. La band ci spiega il significato nascosto nella scelta del titolo: “Theos in greco significa Dio, Vel come interpretazione di un simbolo tagliente e feroce di saggezza, mentre Samael – sebbene collegato a Lucifero – dovrebbe essere letto separatamente come Sama-El, ovvero il Veleno di Dio […] In altre parole, la via per la conoscenza divina risiede nel Veleno di Dio, come mezzo di esistenza dissoluta per raggiungere l’Apoteosi, la suprema illuminazione oscura”. Il carattere filosofico ed introspettivo dell’opera viene colto dall’art work di Dávid Glomba, che pone su tela quello che è lo spirito di questa nuova opera: da una porta oscura, al centro dell’immagine, esce una luce che solleva una figura androgina all’interno di un antico tempio di pietra. , Theos Vel Samael ruota attorno a tre lunghe composizioni, per una durata complessiva di 45 minuti, ognuna delle quali coglie un passaggio fondamentale che incarnano l’idea di Visione, Forza e Azione.
I, è il primo assaggio, quello in cui la coscienza divina si manifesta come Visione, attraverso un complesso sistema di suoni che non badano ad inutili quanto fuorvianti estetismi, ma decisamente concreti: evocativo, ipnotico e volutamente scarno per accentuare la dimensione prima del messaggio, dando vita a quella che sembra una lunghissima (più di 20 minuti) jam session.
Quando la Visione diventa Forza fiorente e violenta, dando al brano una dimensione più concreta e ruvida, con sonorità più decise e marcate: è il momento di II, brano che ricalca il suo predecessore, con maggiore asprezza, come se si volesse quasi “concretizzare” un’emozione, dare forma e colori ad un messaggio divino.
E quando la Forza diventa Azione, il processo di concretizzazione si ultima. È interessante notare come anche la durata dei brani, sia inversamente proporzionale alla dimensione fisica che rappresentano, ovvero, più il messaggio di fa “concreto”, la band taglia il minutaggio della proposta, quasi a volerne esaltare il messaggio trascendentale. Questo concetto viene esaltato quando la Forza si trasforma in Azione, con III: il blast beat acquista forma e sostanza, le chitarre diventano più spigolose e pungenti, esaltando l’aspetto più elementare – e low fi – che ha animato l’opera dal primo secondo di musica.
Complicato nel suo ésprit quanto minimalista nella sua proposta musicale, Theos Vel Samael rappresenta al meglio della scena black metal brasiliana, con un messaggio forte e complesso – perché sicuramente gli elementi cabalistici non sono alla portata di tutti – quanto essenziale nella musica, al punto tale da sembrare, quasi, una lunghissima registrazione in presa diretta, discendente verso la dimensione materiale.
Perché è l’essenza, la natura stessa delle cose.
