Recensione: Threnodies

Di Daniele D'Adamo - 19 Aprile 2026 - 9:05
Threnodies
Band: Akem Manah
Etichetta: Black Lion Records
Genere: Doom 
Anno: 2026
Nazione:
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62

Secondo full-length per i doomster belgi Akem Manah, “Threnodies“. Si tratta di un ritorno sulle scene dall’ormai lontanissimo esordio avvenuto nel 2010 (“The Testament of Sealant Mound”), con la band che si era relativamente formata da poco (2007). Quasi quattro lustri, insomma, per dare alle stampe il tanto agognato secondogenito.

Questo tipo di percorso tecnico/artistico può essere osservato in due modi. Da un lato, l’esperienza dei musicisti, che li ha spinti a ottenere un sound completo, eclettico, maturo, ricco di personalità. Dall’altro, il rischio di ancorarsi strettamente a dettami stilistici démodé, quindi vetusti e lontano dalle tendenze attuali che premono, spingono il doom a evolversi continuamente.

Quindi, ove si collocano i Nostri? Semplice: a metà. Un risultato prevedibile, in fondo, giacché dei quattro il solo chitarrista GVC non è un membro fondatore. Questo pot pourri culturale, variato nella sostanza – i musicisti, e nel tempo – 2007/2026, ha prodotto un ensemble in grado di giostrare con pari abilità nel gothic, nel death ma, soprattutto e perlomeno attualmente, nel doom metal.

Doom spesso e volentieri tutt’altro che funereo, lento, mortifero ma al contrario ricco di atmosfera, di phatos e, anche, di melodia (“The End of Earnest Hollow“); pezzi del rompicapo che non si rivelano al primo ascolto. Anzi, per entrare nel cuore del disco occorrono parecchi, pazienti passaggi; preso atto che i brani sono della lunghezza classica del genere. Elemento, questo, che forse è uno dei pochi a rispettare i dettami del doom ortodosso.

Threnodies“, giusto per rispettare la regola del bastian contrario, testualmente si dispiega, invece, come il racconto di un ciclo di disfacimento umano: dieci lamenti funebri per coloro che hanno cercato la verità dietro il Mondo, solo per ritrovarsi di fronte al caos abissale. Ogni canzone narra una diversa discesa nella conoscenza proibita, nella follìa e nella morte di uomini e donne che, spinti dal dolore, dalla fede o dalla sete di conoscenza, si sono spinti troppo oltre il limite.

Argomentazioni lugubri che, onestamente, si rinvengono con difficoltà nel percorso da “The Inevitable Fate of Francis Cobb (Intro)” a “The Hanging of Edward Hope (Outro)“. Difficoltà che trova un piccolo aiuto in “The Undoing of an Unknown (Interlude)“. Intermezzo musicale condito da strumentazioni esotiche, appunto, che nel suo essere strumentale funge da limite fra la sezione del platter meno pesante e magari più orecchiabile, e quella meno usufruibile a coloro che non siano fan del genere.

Non che poi lo stile cambi o mostri una faccia diversa da quella delle canzoni precedenti. Semplicemente, si fa un po’ più sentire l’anima dura, rocciosa, possente che regola lo stile del quartetto di Ghent. L’utilizzo di strumenti non sempre accostabili al metal, come il violino German Dmitriev aiuta, e non poco, a riempire il suono dell’LP. Condotto a mò di capitano dal mastermind XDS, eccellente chitarrista solista (“The Fall of Maximillian Montagne“), tastierista ma soprattutto cantante. Il cui range spazia dalla voce pulita al growling più cattivo, aggressivo e duro fra quelli che si trovano in giro. Una sorta, insomma, nel viaggio nel tempo dalle interpretazioni dei frontman gothic sino al quelle del doom moderno.

Come spesso accade, l’estrema bravura degli attori che fanno parte di queste compagni regala alle medesime un sound adulto, perfettamente formato, del tutto professionale, che – quasi sempre – sfocia nella firma del contratto discografico. Tuttavia, a questo talento esecutivo non si accoppia la magia della composizione, per cui i vari brani appaiono scontati, privi di cuore, scolastici. Il che è il caso in esame che, per via della clamorosa musicalità della ridetta “The End of Earnest Hollow“, riesce a raggiungere una risicata sufficienza.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

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