Recensione: The Silent Ruins Of Mars
Mi sono sempre chiesto, senza riuscire a trovare risposte convincenti, come mai gruppi attivi da tanti anni restino sempre legati nell’underground e non riescano a farsi notare a certi livelli, pur avendo ottime qualità e passione fuori dal comune. Fra questi sicuramente dobbiamo annoverare i romani Ivory Moon, formazione nel giro dall’ormai lontano 2000 con ben 5 album alle spalle, di cui questo “The Silent Ruins Of Mars” è l’ultimo, uscito per Elevate Records a fine gennaio di quest’anno. Si tratta di un concept fantascientifico, con una bella copertina realizzata dal fumettista Sergio Giardo (noto per il suo lavoro su Nathan Never della Bonelli), composto da 13 tracce della durata totale di circa 55 minuti. Conosco il gruppo romano sin dal loro primo album “On the edge” del 2004, disco che mi aveva soddisfatto parecchio musicalmente (il loro power sinfonico era, infatti, di gran gusto), ma che mi aveva lasciato molto perplesso per la prestazione del singer; ne ho seguito l’evoluzione con i vari cambi di cantanti, con Sandro Manicone (altra voce che non mi ha mai conquistato) e Gabriella Aleo (tutto sommato discreta) prima, per poi passare nel precedente full-length alla coppia attuale composta da Patrizio Izzo e Loretta Venditti. Ecco, forse il problema principale che ha impedito agli Ivory Moon di far decollare del tutto la loro carriera risiede proprio nei vari cantanti che si sono succeduti nel corso degli anni. Cerco di spiegarmi meglio: se musicalmente la band ha sempre realizzato canzoni piacevoli e ben strutturate ed il loro power metal è sempre stato piacevole, il cantato di volta in volta è stato il cosiddetto tallone d’Achille! Ed anche questa attuale coppia, come le altre in passato, conferma questo trend; se Izzo è un discreto cantante, preparato tecnicamente e con un’ugola che non dispiace (c’è insomma di meglio in giro, ma anche molto di peggio!), la Venditti, invece, non convince granché, risultando a volte poco espressiva, altre alquanto stucchevole (quando si lascia andare con liricismi non particolarmente ficcanti), finendo per compromettere quanto invece i validi musicisti realizzano, salvandosi solo raramente, cioè quando ci mette tanta energia e grinta come dovrebbe fare ogni cantante metal. Dispiace dirlo, ma ogni album di questa band che ho avuto la fortuna di recensire o semplicemente di ascoltare aveva sempre lo stesso problema: mancava di vocalist di livello qualitativo superiore alla media. Sia chiaro, come detto, c’è molto di peggio in giro, ma è obiettivo che ci sia anche molto di meglio ed è quello di cui gli Ivory Moon avrebbero bisogno per compiere finalmente il definitivo salto di qualità ed uscire dall’underground. Prendiamo, ad esempio, la dolce ballad “The Arrival” che, con due voci migliori, sarebbe semplicemente stata spettacolare ed invece non convince particolarmente proprio per la prestazione del duo suddetto. Ed è tutto l’album a vivere di questi chiaroscuri che, alla lunga, finiscono per rendere anche poco avvincente l’ascolto. Peccato, perché canzoni musicalmente ben fatte ce ne sono diverse, a partire dall’opener “A Dream Can Change The World”, ritmata a dovere (del resto Emiliano Cantiano alla batteria è una garanzia!), che ricorda vagamente i Vision Divine e per la quale è stato realizzato un videoclip, con l’ausilio dell’AI.
Orecchiabile e ruffiana si presenta la successiva “Dreams Gone”, dotata di un coretto molto catchy; belle toste, invece, sono “3.2.1 Lift Off”, “The Enemy Inside” e “The Arrival”, come pure la conclusiva “The End Is My Future”, dal flavour anche drammatico. Strumento principale sono le due chitarre e le tastiere, che contribuiscono notevolmente alla riuscita del concept fantascientifico con suoni che fanno venire vagamente in mente gli Ayreon (come, ad esempio, in “What Doesn’t Kill Us Makes Us Stronger”, in cui c’è una parte strumentale molto bella tra chitarra e tastiere). Da annotare la presenza di un paio di ospiti come Angel Ruiz Mena (degli spagnoli Sombras Del Destino) su un paio di tracce, e Carlo Fiaschi (altrimenti noto come Potowotominimak dei Nanowar of Steel) sulla già citata traccia conclusiva. Tirando le somme, se riuscite a non notare i limiti dei due cantanti, questo “The Silent Ruins Of Mars” potrebbe essere valutato come un disco più che valido; se, invece, come il sottoscritto, ritenete alquanto migliorabile la performance delle due voci, allora non vi basteranno più le ottime parti musicali ed il voto finale non potrà purtroppo superare la sufficienza.


