Recensione: Semper Tacui
Storia particolare quella dei bolognesi Inner Vitriol. Nati come Vitriol nel primo decennio del nuovo millennio, esordiscono dopo pochi anni con un EP omonimo e successivamente, nel 2012, con il debut album “Into The Silence I Sink”. Dopo quell’uscita cala un lungo silenzio, segnato da importanti sconvolgimenti di line-up: della formazione originaria rimangono soltanto Francesco Lombardo al basso e Michele Panepinto alla batteria. Il ritorno sulle scene arriva soltanto nel 2023, questa volta sotto il monicker Inner Vitriol, con un live a Mosca che ha ben poco di celebrativo e che suona piuttosto come l’antifona di un ritorno discografico ambizioso.
La nuova incarnazione della band si completa con l’ingresso di Gabriele Gozzi alla voce (Eternal Idol, Induction) e Michele Di Lauro alla chitarra. Dopo una serie di singoli pubblicati come tappe di avvicinamento, il 2026 vede finalmente la luce di “Semper Tacui”, un lavoro che ha il sapore autentico della rinascita.
Concept album nel senso più classico del termine, “Semper Tacui” è allo stesso modo un disco di progressive metal profondamente legato ai canoni del genere, ma capace di svilupparsi attorno a una personalità ben marcata. A livello concettuale e testuale lo spunto nasce dai graffiti lasciati dai prigionieri dell’Inquisizione nelle celle del palazzo Chiaromonte-Steri. Uno in particolare riporta la frase “Semper Tacui” – “ho sempre taciuto” – come affermazione di stoicità, di resistenza e di fedeltà al proprio credo. Da qui prende forma una riflessione più ampia sull’esistenza, sulla forza delle idee e sulla capacità di restare coerenti con se stessi contro il credere comune e contro ogni forma di conformismo. Concetti profondi e tutt’altro che banali, che si traducono in liriche complesse, molto lontane dalla struttura classica del testo strofa–bridge–ritornello.
“On A Cold Floor”, che vede la collaborazione di Andy Kuntz dei Vanden Plas, rappresenta bene questo impianto concettuale. Il titolo richiama direttamente il luogo in cui giace il prigioniero, disteso sul pavimento freddo della cella mentre riflette sulla propria condizione. Il brano si sviluppa attraverso una lunga fase introduttiva, fatta di fraseggi accennati e tempi dispari che restituiscono efficacemente un senso di incertezza, come se la musica stessa traducesse in suono pensieri frammentari, esitazioni e riflessioni interiori.
Nel complesso “Semper Tacui” non è un ascolto immediato. È un disco volutamente complesso, spesso caratterizzato da tempi tendenzialmente lenti e da una costruzione dei brani che privilegia la tensione atmosferica rispetto all’impatto immediato. “Waterfall”, ad esempio, si muove su coordinate rarefatte e sospese, sostenuto dal lavoro ritmico del basso di Francesco Lombardo e della batteria di Michele Panepinto, mentre “Weaker and Fading” si arricchisce di un’altra presenza illustre, quella di Geoff Tate. La voce di Geoff Tate si inserisce all’improvviso con un break che interrompe versi distesi su ritmiche dispari; nella fase centrale lo scambio tra i due cantanti lascia spazio a una sezione solistica più sostenuta, nella quale la chitarra di Michele Di Lauro contribuisce a rendere il brano progressivamente più aggressivo.
“Upon the First Ray of My Last Sun” è invece il classico excursus prog strumentale costruito attorno a linee di basso — vero strumento centrale del pezzo — che si ripetono senza soluzione di continuità, coadiuvate qua e là dalla chitarra che interviene quasi come presenza ospite.
“I See the Flames” rappresenta infine la lunga suite conclusiva del disco: un brano energico, costruito come un vero collage di situazioni musicali differenti, nel quale tutti i musicisti coinvolti hanno modo di dare sfoggio delle proprie capacità. Anche Gabriele Gozzi alla voce trova qui lo spazio per mettere in evidenza la propria versatilità espressiva.
Le atmosfere, spesso introspettive e dilatate, possono ricordare i Pain Of Salvation dell’epoca “The Perfect Element” o “Remedy Lane”, mentre per certi versi affiora anche una dimensione cerebrale che richiama “Promised Land” dei Queensrÿche. È un disco da centellinare, quasi come un vino da meditazione.
Non c’è alcuna velleità commerciale: questa è musica che va ascoltata con attenzione, non semplicemente “sentita”. Ogni passaggio appare studiato e ragionato, nulla sembra lasciato al caso, e la struttura dei brani rifugge quasi completamente la forma-canzone tradizionale.
La band dimostra anche una maturità notevole nel non cedere alla tentazione dell’esibizione tecnica fine a se stessa. Le composizioni sono multistratificate, con arrangiamenti complessi nei quali ogni layer appare pensato e funzionale all’economia del brano. In questo senso il paragone con realtà contemporanee come i Benthos può risultare calzante, non tanto sul piano stilistico quanto come parallelismo all’interno di una nuova generazione di band progressive italiane particolarmente evolute e ambiziose.
“Semper Tacui” si presenta quindi come una proposta intrinsecamente di alta qualità, probabilmente non di immediata presa e non destinata a qualsiasi tipo di pubblico. È un disco esigente, che richiede attenzione e tempo per essere assimilato. Proprio per questo, però, rivela progressivamente la ricchezza delle sue stratificazioni e la coerenza del suo impianto concettuale, premiando chi sceglierà di affrontarlo con la dovuta pazienza.
Vittorio Cafiero
