Recensione: Petrichor

Di Stefano Usardi - 29 Aprile 2026 - 10:00
Petrichor
Band: BattleRoar
Etichetta: No Remorse
Genere: Epic 
Anno: 2026
Nazione:
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79

Era da un bel po’ di tempo che non vedevo il nome Battleroar campeggiare su una nuova uscita discografica: per la precisione da otto anni, da quel 2018 che vide l’uscita di “Codex Epicus”, album di cui vi avevo parlato io stesso. Oggi i nostri tornano sul mercato con “Petrichor”, loro sesto lavoro, introdotto da una copertina curata dal loro concittadino Mars Triumph (sì, il cantante dei Triumpher). Otto anni di attesa, dicevamo: parecchia acqua è passata sotto i ponti, tanto che del gruppo che diede alla luce il summenzionato codice è rimasto solo il chitarrista Kostas Tzortzis che, a questo giro di giostra, si circonda di una compagine tutta nuova (se si esclude il ritorno al violino di Alex Papadiamantis, già incontrato su “Blood of Legends”). Ciò nonostante, la falange ateniese non ha perso nulla dello smalto esibito in passato, e dispensa con fierezza il suo caratteristico metallo epico dal fare solenne e scandito (la prima traccia, “The Last Mythkeeper”, lascia pochi dubbi in proposito). Le differenze si sentono più che altro a livello atmosferico: in “Petrichor” i nostri smorzano un po’ della carica propulsiva del passato per incedere con un piglio risoluto ma drammatico, quasi teatrale, infuso di sofferta inesorabilità. Questo scarto sonoro determina una diversa percezione del lavoro, che risulta così pervaso da un pathos tragico: manca la classica traccia killer, la “The Doom of Medusa” della situazione che faccia saltare dalla sedia, ma dato il tono vagamente elegiaco che è stato impresso all’album la cosa non sorprende. “Petrichor” sembra scritto per trasmettere l’idea di un incedere sofferto e inesorabile più che una carica travolgente, fondendo una pesantezza piuttosto pronunciata con melodie altrettanto decise ma meno esplosive, colorate da intromissioni di violino dal lirismo arioso e a tratti decadente (come su “Legacy of Suffering”). Proprio il violino è una delle due sorprese di questo “Petrichor”: ricordo di non averne particolarmente apprezzato gli inserimenti in “Blood of Legends”, mentre stavolta devo dire che la performance di Papadiamantis mi ha convinto grazie a un tocco che riesce ad essere sia tenue che grave, donando alle composizioni un quid difficilmente definibile ma molto azzeccato. Il secondo soggetto su cui mi preme soffermare l’attenzione è il nuovo entrato al microfono, Michalis Karasoulis, chiamato a sostituire Gerrit Mutz. Non è un segreto che il cantante tedesco non mi abbia mai preso più di tanto come voce del gruppo greco (nonostante i suoi indubbi meriti e gli sforzi profusi per entrare nel mood Battleroar), per cui il mio giudizio potrebbe essere viziato dal pregiudizio, ma ho apprezzato parecchio questa sostituzione. Michalis ha, a mio avviso, proprio quello che serve alla compagine ateniese, sia in termini di potenza vocale, carica evocativa o anche solo di una certa verve sanguigna che il suo predecessore è riuscito a mettere in mostra solo a sprazzi.
Bene: fatte queste premesse, passiamo alla ciccia.

Dopo la già citata intro si parte con “The Missing Note”, che mette subito in chiaro gli elementi che incontreremo in questi cinquantatre minuti: ritmi pulsanti, veementi e insistiti, melodie maschie ed una voce pastosa e declamatoria in cui si mescolano solennità, rabbia e malinconia. Una languida melodia di violino si appoggia su arpeggio dimesso che si fa pian piano più corposo in “Atē, Hybris, Nemesis”: la canzone si sviluppa lentamente in una marcia sanguigna, stemperata solo dai ritorni in scena del violino, che nonostante tutto mantiene in essere una tensione mai sopita che esplode nella sezione strumentale poco prima del finale del pezzo, in cui il pathos raggiunge il suo apice. L’ultimo svolazzo del violino cede il passo alla melodia decadente che apre “Legacy of Suffering”, altro pezzo scandito in cui l’archetto di Papadiamantis ricama su riff quadrati e muscolari, diffondendo un’aura oscura e sinuosamente minacciosa. L’ispessimento centrale alza per un attimo i giri del motore, prima di rovinare di nuovo nel mondo cupo e dolente che l’aveva preceduto. “The Earth Remembers, the Rain Forgives” sembra rievocare il titolo dell’album (che indica il caratteristico profumo di terra bagnata dopo la pioggia, tradizionalmente abbinato a sensazioni positive o benefiche) con un fare propositivo, che spezza il clima sofferto e inesorabile finora percepito con melodie più enfatiche ed un ritornello quasi corroborante. Il rallentamento centrale impenna il tasso di pathos, guidandoci al finale solenne e cedendo il passo al riff di “What is Best in Life?”. Il pezzo parte come la classica marcia indomita e bellicosa che cita il Conan di Milius (che a sua volta citerebbe una frase attribuita a Gengis Khan), ma poi prende una via meno sborona e si sviluppa come una sorta di bilancio della vita del guerriero e delle sue scelte, ingentilendosi grazie a schegge melodiche che si affiancano al consueto pathos enfatico, chiuso da un’ultima eco battagliera. Una melodia oscura e carica di aspettativa ed un arpeggio dimesso introducono “Chaosbane”, pezzo scandito e dal fare sofferto spezzato, di tanto in tanto, da fiammate più eroiche, mentre “Wiled the Myth” torna ad un mood più arcigno, pulsante, con un basso che si piazza prepotentemente al centro della scena. La canzone è la classica marcia dal fare insistito, inesorabile, che avanza imponente tra sporadiche accelerazioni ed ispessimenti più cupi, alleggerita solo di tanto in tanto dalle intromissioni del violino per chiudere l’album con la giusta solennità. Nella versione in mio possesso è presente anche una traccia bonus, “Storm Inside”, che gioca ancora con ritmi blandi e melodie sofferte che si impennano in corrispondenza del ritornello, per poi caricare una dose extra di pathos nella seconda metà della canzone, leggermente più spessa.

Petrichor” non costituisce un ascolto facile: il suo carattere sofferto e meno esplosivo del solito non brilla per immediatezza, ma è proprio grazie a questo piglio quasi melodrammatico che le qualità dell’album vengono a galla, strisciando sottopelle ed avvincendo lentamente grazie ad una resa solidissima, matura e meditata. Bentornati.

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