Recensione: Chapter V

Di Fabio Vellata - 9 Giugno 2026 - 10:00
Chapter V
Etichetta: Pride & Joy Music
Genere: AOR  Hard Rock 
Anno: 2026
Nazione:
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69

Gli Acacia Avenue sono uno di quei progetti che continuano a vivere negli interstizi della scena AOR, lontani dai riflettori ma cocciutamente coerenti con la propria idea di melodic hard rock. L’idea nasce nel 2008 dalla mente di Torben Enevoldsen (Fate, Fatal Force, Section A), che costruisce la band come laboratorio di songwriting e di collaborazioni, mettendo attorno ai suoi brani una piccola costellazione di voci di area scandinava. In poco più di quindici anni arrivano cinque album in studio – dall’esordio omonimo del 2010 a “Cold”, “Early Warning”, “Worlds Apart” fino a questo nuovo capitolo, pubblicato da poco da Pride & Joy Music – sempre in bilico tra tradizione AOR e un gusto melodico molto “europeo”.

Anche in “Chapter V” il baricentro resta Enevoldsen. Chitarre, tastiere, una parte dei bassi, produzione, mix e master passano tutti dalle sue mani, con le registrazioni che avvengono ai Funny Farm Studios in Danimarca. Intorno a lui ruotano le voci di Peer Johansson (Now Or Never, Fate), Peter Sundell (C.O.P., Decoy), Dagfinn Joensen (Bloody Dice) e la presenza postuma di Tony Mills, che porta inevitabilmente una quota di nostalgia per chi ha seguito TNT e Shy. Il risultato non è un “progetto da studio” senz’anima, ma piuttosto una sorta di collettivo a “geometria variabile” dove le personalità vocali danno colore a una scrittura molto riconoscibile, fondata su armonie classicissime e su un gusto per il ritornello che non cerca scorciatoie moderne.

Sul piano sonoro “Chapter V” si colloca esattamente dove ci si aspetterebbe. Melodic hard rock/AOR dalla produzione pulita, con chitarre compatte, tastiere presenti ma mai invadenti e una sezione ritmica che privilegia il sostegno alla canzone rispetto alla muscolarità. Il suono non rincorre la patina “vintage” a tutti i costi, ma neppure cede alle mode plastiche contemporanee. È uno stile di pennellata sonora lucida, piuttosto asciutta, che lascia respirare le linee vocali e i cori senza sacrificare le chitarre. Si percepisce l’attenzione ai dettagli ma anche una scelta precisa di lasciare tutto abbastanza controllato ed incasellato in un copione ben definito. Forse fin troppo per chi cerca un impatto più ruvido.

Le canzoni si muovono su un terreno molto codificato e quasi standard. Midtempo ariosi, aperture corali, solo di chitarra melodici, ma Enevoldsen riesce a evitare l’effetto “pilota automatico” inserendo piccole deviazioni nelle armonie o nei bridge. I brani affidati alle diverse voci guadagnano in carattere: il timbro più graffiante di Johansson porta una punta di hard rock tradizionale anche se, va detto, a volte solleva qualche dubbio sulla sua effettiva adattabilità ed efficacia su toni edulcorati come quelli proposti. Sundell invece, incarna l’anima più marcatamente AOR con linee vocali ampie e ritornelli pensati per restare incollati già al secondo ascolto. La scelta di alternare i cantanti non è un semplice vezzo, ma un modo per evitare la monotonia che spesso affligge i dischi del genere quando si limitano a variare solo il tempo e la velocità di battute.

“Stand Up”, secondo singolo estratto e affidato proprio a Peter Sundell descrive piuttosto bene lo stile dell’abum. Costruzione classicissima, chitarre che dialogano con le tastiere senza scadere nel zuccheroso, e un solo che preferisce la cantabilità all’esibizione di forza bruta. Si sente come Enevoldsen abbia interiorizzato una certa scuola scandinava (Work Of Art, Radioactive, ecc.) ma senza trasformare gli Acacia Avenue in un clone di tendenza. La scrittura rimane più asciutta, meno patinata, con un equilibrio tra melodia e solidità che piacerà a chi non ama l’AOR troppo “lucidato”. Altri episodi puntano maggiormente sull’atmosfera, rallentando i tempi e lasciando spazio a interventi di tastiera più avvolgenti, anche se il disco nel suo complesso mantiene sempre una temperatura emotiva costante, senza cadute drammatiche né acuti davvero rischiosi.

Se un limite va trovato, sta proprio nella prudenza complessiva del lavoro. Ed in parte nella voce di Johansson che, non ce ne voglia il pur valido singer scandinavo, in questi frangenti non ci ha convinto sino in fondo.
Chapter V” – come spesso accade – non ha l’ambizione di reinventare nulla e preferisce muoversi dentro coordinate rassicuranti, facendo l’occhiolino ai fedelissimi del genere più che a chi cerca scosse telluriche. Alcune soluzioni melodiche danno l’impressione di déjà-vu, e in un paio di passaggi si avrebbe voglia di sentir esplodere davvero il pezzo, mentre la band sceglie la strada più controllata, quasi “educata”. D’altra parte, l’onestà del progetto sta proprio qui: nessuna finta modernità, nessun ammiccamento forzato, ma un AOR suonato e prodotto bene, che punta sulla solidità della scrittura e sull’affiatamento di una squadra di musicisti esperti.

In definitiva, “Chapter V” è un disco che forse non cambierà le gerarchie della scena melodica, ma conferma gli Acacia Avenue come una realtà tutto sommato affidabile per chi vive di melodic hard rock e AOR di matrice scandinava. È un album che chiede poco all’ascoltatore in termini di adattamento – il linguaggio è immediatamente familiare – ma restituisce nel tempo una discreta profondità di dettagli, soprattutto nei rapporti tra chitarre, tastiere e voci. Nessun miracolo, ma è difficile negare il piacere quasi “artigianale” di ritrovare, traccia dopo traccia, quella cura per la melodia e per l’arrangiamento che Enevoldsen coltiva con testarda coerenza da ormai quasi due decenni.

https://www.facebook.com/acaciaavenuetheband

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