Alternative Metal

Recensione libro: Down with the System. Un’autobiografia (o quasi) di Serj Tankian (System of a Down)

Di Giovanni Picchi - 1 Agosto 2026 - 8:10
Recensione libro: Down with the System. Un’autobiografia (o quasi) di Serj Tankian (System of a Down)

Down with the System

Un’autobiografia (o quasi)

di Serj Tankian

Traduttori: Raffaella Rolla, Elias Leonardo Vecchio
Editore IL CASTELLO
Collana: MUSICA
Pagine 368
Formato 12,9 X 19,7
ISBN 978-88-276-0569-1
Anno 2026
€ 22

Serj Tankian è un artista che non ha bisogno di presentazioni: cofondatore e frontman dei System of a Down, ha guidato una band eclettica e innovativa capace di ridefinire i canoni del metal e del rock globale, lasciando un’impronta indelebile sia sul piano strettamente musicale sia su quello dell’impegno socio-politico. In questa autobiografia, l’autore mette al setaccio non solo la propria carriera e le complesse dinamiche interne alla band, ma scava soprattutto nella sua dimensione privata e nella storia familiare. Il racconto affonda le radici nelle origini armene e nell’esodo forzato dei propri avi, costretti a fuggire dalle persecuzioni dell’Impero Ottomano. Attraverso le testimonianze dei sopravvissuti, Tankian ripercorre la fuga in Libano, la propria nascita e infanzia, fino al trasferimento oltreoceano negli Stati Uniti. Le vicende intime dei genitori si intrecciano così con i passaggi chiave della sua vita adulta, il lavoro, la musica, il matrimonio con Angela, la nascita del figlio Rumi, lo sviluppo della carriera solista e l’attivismo sempre più consapevole e incisivo. Si snoda così una trama densa di eventi, degna di una sceneggiatura televisiva, che Serj restituisce con precisione cronachistica, venata da una sottile malinconia e da un profondo senso di impotenza di fronte all’ineluttabilità della storia.

Le 365 pagine dell’opera, ripartite in 19 capitoli, catturano il lettore fin dalle prime righe, immergendolo in un’esperienza totalizzante. L’autore si concede senza riserve, sviscerando sofferenze e asperità che hanno segnato soprattutto la prima parte della sua esistenza. La narrazione si apre con un incipit fulminante: l’11 settembre 2001. Proprio mentre l’album “Toxicity” conquistava la vetta delle classifiche di vendita americane, gli Stati Uniti sprofondavano nel loro giorno più buio, sconvolti dagli storici attacchi terroristici che avrebbero mutato per sempre gli equilibri geopolitici mondiali. In quel frangente, Tankian dimostrò il coraggio di esporsi in prima persona: analizzando lucidamente le cause profonde di quel tragico evento, pubblicò sul sito ufficiale della band un saggio intitolato “Understanding Oil” (Capire il petrolio). In questo scritto denunciava apertamente le storture della politica estera statunitense; un atto di dissenso intellettuale che, in un Paese ferito e prossimo alla guerra, gli costò durissime critiche e lo costrinse a una parziale ritirata strategica nei passaggi mediatici successivi (come la tesa intervista con Howard Stern).

Dal secondo capitolo, partendo dalla narrazione delle vicende dei suoi avi, il focus si sposta su quello che si configura come il vero nucleo concettuale del libro: il negazionismo e la lotta per il riconoscimento globale del genocidio armeno. Tankian ribadisce a più riprese come la necessità di dare voce a questo dramma sia la chiave di volta dell’intera opera, mossa dalla «ricerca della verità, della giustizia e della via per la morale». Secondo l’autore, solo assimilando questo trauma storico è possibile comprendere appieno la sua stessa identità e l’essenza stessa dei System of a Down. Con il rigore del saggista, Tankian cita fonti e testimonianze, puntando il dito contro l’ipocrisia dei governi occidentali — in primis quello statunitense — colpevoli di aver taciuto il massacro per meri interessi geopolitici legati alle alleanze NATO e ai rapporti con la Turchia. L’orrore della storia si fa carne attraverso le vicissitudini del nonno materno Stepan, scampato miracolosamente alla pulizia etnica nel villaggio di Efkere. Stepan perse i genitori nel massacro, ma riuscì a sopravvivere alle peggiori atrocità e a rifugiarsi in Libano; fu lì che, anni dopo, divenne padre di Alice, la madre di Serj, trasmettendole quella memoria storica che sarebbe poi diventata l’eredità morale del cantante. È proprio questo trauma transgenerazionale ad aver trasformato Tankian in uno dei più autorevoli e infaticabili attivisti contemporanei.

Il percorso biografico entra nel vivo con il racconto della nascita di Serj a Beirut nel 1967 e delle aspre difficoltà della sua infanzia. All’epoca, la capitale libanese era un territorio martoriato dai bombardamenti della guerra civile; una condizione di costante pericolo che spinse la famiglia a fuggire alla volta di Los Angeles, grazie al supporto logistico della locale comunità armena. Il sogno americano, tuttavia, si rivelò tutt’altro che in discesa: il crollo finanziario del padre, causato da una pesante controversia legale con un ex socio, catapultò la famiglia in una spirale di precarietà. Per sostenere i suoi cari, il giovane Serj si orientò inizialmente verso gli studi di giurisprudenza e il lavoro nell’azienda di gioielli dello zio. La scintilla per la musica non fu un colpo di fulmine, ma un processo di maturazione graduale, inaugurato a diciassette anni dal suo primo concerto metal degli Iron Maiden e dall’acquisto di una pianola Casio, utilizzata come puro strumento di evasione. Seguirono le prime esperienze in band locali e l’attivismo politico nell’AYF (la gioventù della Federazione Rivoluzionaria Armena), tappe che andarono di pari passo con il conseguimento della laurea in Marketing e Business nell’Università Statale della California – Northridge.

La svolta artistica definitiva coincise con l’incontro con il chitarrista Daron Malakian. Nacque così il progetto Soil, embrione di quelli che sarebbero diventati i System of a Down. Tankian rievoca con vivida lucidità l’epopea di una band emergente e radicalmente originale: le prime prove in un magazzino di North Hollywood, l’ingresso strategico del bassista Shavo Odadjian, i concerti nei club e il dirompente passaparola sotterraneo. Il sodalizio con il leggendario produttore Rick Rubin segnò la consacrazione definitiva con la registrazione del primo album omonimo, costellata da aneddoti memorabili e citando i nomi di numerosi artisti della musica metal e rock conosciuti durante i lunghi ed estenuanti tour, in cui Tankian, con il passare del tempo, non si trovava più a suo agio. Di fronte a un successo planetario immediato, il cantante e paroliere scelse di abbandonare una promettente carriera aziendale (avendo nel frattempo fondato anche una propria società di software) per abbracciare la vocazione di artista a tempo pieno. Anche in questa fase ascendente, l’attivismo per la memoria del genocidio armeno rimase il vero motore immobile della band. Se da un lato questa intransigenza etica garantì ai SOAD una forte identità, dall’altro scatenò duri attriti con manager e case discografiche, oltre a provocare scontri storici con il pubblico, come nel rocambolesco tour di spalla agli Slayer tra fan esagitati e il fermo rifiuto della band di suonare in Turchia.

Il trionfo commerciale di Toxicity si scontrò drammaticamente con la già citata cesura storica dell’11 settembre, che inaugurò una stagione di asfissiante censura mediatica e contrazione delle libertà civili. La politica, del resto, è una costante che attraversa ogni pagina del volume, traducendosi in una critica feroce contro l’imperialismo, l’acquiescenza dei mass media e la corruzione dei governi (inclusi quelli armeni). Questa urgenza morale spinse Tankian a fondare nel 2002, insieme a Tom Morello dei Rage Against the Machine, l’associazione no-profit Axis of Justice: una vera e propria palestra di libertà concepita per sottrarre i giovani alle derive razziste e fasciste, unendo artisti e fan nella lotta per la giustizia sociale.

L’opera non risparmia i dettagli più spinosi legati alle dinamiche interne dei System of a Down, sviscerando i complessi rapporti con gli altri membri e, in particolare, i violenti alterchi con Daron Malakian. Le liti (culminate talvolta nello scontro fisico come quello clamoroso tra lo stesso Malakian e il batterista John Dolmayan), scaturivano da visioni divergenti sull’indirizzo musicale, sulla gestione egualitaria dei crediti e sulla spartizione dei diritti d’autore, offrendo uno spaccato crudo e realistico dei meccanismi più spietati del music business che comunque portarono alla pubblicazione di “Steal This Album” (o “Toxicity 2” e scoprirete il perché). Sentendosi artisticamente soffocato dai confini rigidi della band, Tankian avviò un progressivo distacco. Trovò la propria ancora di salvezza nella meditazione — tema a cui il libro dedica un importante spazio e che ne ha radicalmente ridefinito l’equilibrio interiore — e nella diversificazione espressiva. Nacquero così l’etichetta indipendente Serjical Strike (con il clamoroso e mancato ingaggio dei Muse per un soffio), la parentesi del doppio album “Mezmerize/Hypnotize” e, infine, la carriera solista dedicata alle colonne sonore, al musical “Prometeo Incatenato” e all’arte pittorica, fino al trasferimento semi-permanente nella quiete della Nuova Zelanda.

L’ultimo capitolo del libro si focalizza sul ruolo di primo piano assunto da Tankian nelle recenti e drammatiche vicissitudini politiche dell’Armenia, culminate con la sanguinosa invasione del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian. Di fronte a nuovi lutti e sofferenze per il suo popolo, la temporanea reunion dei System of a Down, con il concerto nella capitale Erevan e la pubblicazione dei due ultimi singoli “Protect the Land/Genocidal Humanoidz”, si è configurata non come un’operazione nostalgica, ma come un necessario atto di resistenza contro l’oppressione. Tra la cronaca di queste battaglie e istanti di profonda intimità — come il matrimonio, la paternità del figlio Rumi e l’illuminante incontro con il Dalai Lama — si conclude un’autobiografia potente e magnetica.

“Down with the System” è un volume da leggere tutto d’un fiato: non si limita a esplorare le luci e le ombre di una rockstar e della sua band, ma squarcia il velo del silenzio su un popolo inerme la cui tragedia storica attende ancora piena giustizia.

 

Giovanni Picchi