Recensione libro: (Don’t Fear) The Reaper, testi e canzoni dei Blue Öyster Cult

(DON’T FEAR) THE REAPER
Testi e canzoni dei Blue Öyster Cult
di Stefano Cerati
296 pagine
Formato: 14×21
ISBN: 978-88-94859-97-3
20 €
Come già scrissi su queste stesse pagine truemetallare un paio di anni fa in occasione di una recensione, i Blue Öyster Cult sono una fra quelle band che, per ragioni apparentemente insondabili, hanno sempre fatto parecchia fatica ad assicurarsi un posto d’onore nel cuore degli appassionati dediti al culto della musica dura. Metallari tutti d’un pezzo e con un curriculum lungo così non hanno mai concesso loro una possibilità che andasse oltre al trittico d’esordio Blue Öyster Cult (1972), Tyranny and Mutation (1973) e Secret Treaties (1974), con parziale dispensa per pezzi immortali quali “Don’t Fear the Reaper” (da Agents of Fortune, 1976) e “Godzilla” (da Spectres, 1977). Azzardando, il motivo di tale ostracismo è molto probabilmente da imputare alla marcata versatilità del gruppo americano che, oltre a frequentare i sentieri dell’hard rock e parzialmente dell’heavy non si è mai fatto mancare potenti incursioni psichedeliche e progressive, con anche sconfinamenti in ambito jazz e pop. Un po’ troppe cose per chi è uso inscatolare la musica entro confini ben determinati e inviolabili. Punti di vista, insindacabili, per chi vive la passione dell’heavy metal sulla propria pelle da decenni in maniera attiva, ma ciò non toglie che esistano vere e proprie legioni di ultras legate al combo di Eric Bloom (voce) e Donald “Buck Dharma” Roeser (chitarra), esattamente per la ragione contraria, ossia l’amore per la diversificazione, il paradosso di alcune scelte e la coerenza di rimanere sé stessi nonostante i probabili ammiccamenti commerciali, ricevuti nel tempo, atti a trasformare il gruppo in un qualcosa di più incasellabile e quindi maggiormente spendibile sul mercato.
Ai BÖC viene attribuito, secondo alcune linee di pensiero, il merito di aver dato origine al termine heavy metal, nel momento in cui il manager Sandy Pearlman, produttore, paroliere e mentore del gruppo, così definì il loro suono. Storie su storie che si sommano a quella legata agli Steppenwolf e all’altra riguardante Mike Saunders alle prese con il disco d’esordio dei Sir Lord Baltimore. Questioni di lana caprina alle quali mai verrà fornita una risposta certa e definitiva. L’importante è che l’heavy metal esista, punto!
Fonti sufficientemente credibili, poi, imputano ai BÖC la progenitura nell’utilizzo dei laser in situazioni dal vivo, l’anticipazione dell’abbigliamento denim & leather come divisa sociale e il rafforzamento del moniker per il tramite della umlaut tedesca, nella fattispecie sulla “o”, pratica poi mutuata successivamente dai vari Motörhead, Mötley Crüe, Queensrӱche.
L’occasione di rituffarsi sul gruppo nato a New York nel 1967 la fornisce il recente prodotto griffato Tsunami Edizioni intitolato (Don’t Fear) The Reaper, testi e canzoni dei Blue Öyster Cult, ove per la prima volta all’interno di un libro italiano vengono indagati i loro testi e la loro musica.
296 pagine nelle quali l’autore, Cerati, scompone chirurgicamente i brani di un gruppo che ha sempre fatto della narrazione la pietra angolare del percorso artistico intrapreso fornendo la propria interpretazione, figlia di anni di appassionati studi attraverso le interviste esistenti e i pochi libri che riguardano gli americani. A differenza di altri colleghi, in questo senso molto più raffazzonati e prevedibili, che si sono occupati dei cliché del genere, quindi di moto, sesso, draghi, ciuche colossali, risse e macchine veloci, i Blue Öyster Cult hanno sviluppato una modalità peculiare figlia della fascinazione per le opere di H. P. Lovecraft e William Burroughs innervata dalla collaborazione diretta con scrittori di fantascienza del calibro di Michael Moorcock, John Shirley ed Eric Van Lustbader.
Il risultato di questo mix è un coacervo di magia, esoterismo, horror, alchimia, storia, sci-fi che viene riversato dentro le canzoni e che funge da spinta a quello che a oggi viene considerato l’apice narrativo della band, ossia il concept sviluppato dentro Imaginos, del 1988, nel quale un alieno determina il destino del mondo in due secoli.
Certo che da quella che era l’idea primigenia della loro casa discografica, che spudoratamente voleva trasformarli nella risposta americana ai Black Sabbath, i BÖC ne hanno fatta di strada, rispondendo sul campo, con oltre trenta milioni di dischi venduti in carriera, più di 4500 concerti in bacheca e l’imprescindibile loro presenza dentro la colonna sonora del film di culto Heavy Metal, del 1981.
In chiusura al libro vi è l’intervista all’ex batterista e autore Albert Bouchard.
Stefano “Steven Rich” Ricetti
