Heavy

TrueMetalStories: Diamond Head, fra tradizione e cambiamento

Di Eric Nicodemo - 14 Gennaio 2017 - 7:00
TrueMetalStories: Diamond Head, fra tradizione e cambiamento

TrueMetalStories: la rubrica in cui presentiamo band giovani e pronte a sfondare, o band di lungo corso che ancora non hanno ricevuto il successo che meritano.

Diamond Head   Lightning To The Nations

 

Diamanti allo stato grezzo

 

Strano a dirsi ma pare che dai monicker più improbabili nascano band di culto. Avreste mai pensato che dal titolo “Diamond Head, album solista del 1975 di Phil Manzanera, chitarrista dei Roxy Music, potesse scaturire una delle band più influenti e seminali della NWOBHM?

Qualunque sia la vostra risposta, sappiamo bene che i Diamond Head furono il gruppo che trapiantò l’hard rock zeppeliano nel metal, senza traumi apparenti grazie ad una propria identità e personalità (cioè senza soffrire della tipica sindrome del clone – cosa che perseguiterà alcuni complessi mentre ne aiuterà altri in tempi non sospetti…).

Ma facciamo un passo indietro e risaliamo fino all’anno di nascita della band: è il 1976 e un giovanissimo Brian Tatler, assieme all’amico batterista Duncan Scott, trascorre una piacevole giornata durante una gita scolastica. Un giovane rallegra il viaggio cantando vecchie canzoni rock. Scatta la scintilla: Brian decide che quel tipo deve far parte assolutamente delle sua nuova band. Il ragazzo accetta fin da subito la proposta: il suo nome è Sean Harris.

E’ un incontro cruciale che porterà ad instaurarsi una forte intesa ovvero lo stesso rapporto di amicizia e stretta collaborazione che animava le grandi rock band degli anni Settanta, prima fra tutte il Dirigibile.

Deciso il fatidico nome (scartati gli originalissimi Wolf, Cobra e Firebird), nel 1977, dopo una girandola di bassisti, entrò a far parte della “cricca” lo storico Colin Kimberley. Messo a punto il motore ritmico della band, il progetto entrò in fase embrionale: il songwriting maturava assimilando le componenti dell’ala più dura e oscura del movimento (Black Sabbath) e le coniugava con le vecchie tentazioni hard’n’roll degli Yardbirds. Nel loro calderone creativo, i nostri ragazzi gettarono e mescolarono l’irruenza dei Judas Priest con il calore bluesy assuefante dei Free, il tutto coeso da grande padronanza tecnica.

In un tempo in cui MTV non esisteva ancora, Internet era utopia e la major puntavo gli occhi su altri nomi, l’unico modo di far pubblicità rimaneva il passaparola e le radio locali.

La reazione della stampa fu inaspettata: i primi brani rilasciati, “Am I Evil?”, “Streets Of Gold” e “Shoot Out The Lights” (anche in accoppiata con “Helpless”), entrarono nella playlist di Geoff Barton di Sounds e BRMB diffuse il “verbo” nei palinsesti radiofonici nazionali. Soprattutto, fece scalpore “Am I Evil?”, foriero dì nuovi intenti musicali: nel suo rifferama dannato e ossessivo si percepiva la ribellione e la decadenza dei primi complessi anni Settanta, una lezione riletta a volumi sostenuti e ritmiche concitate. Una scossa di rinnovamento alimentata anche dalla velocità di “Helpless”, quasi a ribadire il vigore di un nuovo decennio di rock, non piegato dal ciclone punk, mai svenduto alle logiche della disco music.

“Sucking My Love” e “It’s Electric” completarono la visione del complesso: entrambe omaggiavano il decennio precedente secondo l’ottica attuale, l’una arricchita da suoni caldi e complesse partiture, l’altra animata da quel guizzo travolgente che affondava le radici fino al rock istrionico di Chuck Berry

 

Diamond Head foto di gruppo

Early Diamonds. Da sinistra verso destra: Brian Tatler (chitarra), Colin Kimberley (basso), Sean Harris (voce), Scott Duncan (batteria).

 

1980 – Una nuova era per il rock’n’roll

 

I nostri ragazzi ce la mettevano veramente tutta, tanto da ottenere l’ambito onore di supportare gli AC/DC. Ma tutto ciò non basta per salire alla ribalta ed è necessario crearsi una forte immagine per suscitare il giusto interesse.

Sean e compagni lo sapevano bene e decisero di autofinanziarsi, creando una propria label, l’Happy Face. Le copie dell’album erano avvolte in una cover bianco immacolata, senza tracklist e crediti, e vennero vendute ai concerti e tramite mail order. Quelle recapitate tramite posta potevano recare la firma semi-illeggibile di uno dei componenti della band. Le copie distribuite in tour erano addirittura senza alcuna scritta (sebbene qualche fortunato riuscì ad accaparrarsi degli esemplari con le firme di tutti e quattro i musicisti).

Furono scelte infelici, che penalizzarono il combo in termini di riconoscibilità. I titoli e una forte copertina erano indispensabili per far breccia nelle percezione dell’audience, e la loro assenza ostacolava la band ad ottenere ciò che stava cercando: fan e, con essi, un buon contratto discografico.

Fu la famosa rivista Sounds a togliere il velo di mistero, svelando i titoli dei brani e il nome dei componenti. Il resto lo fecero i fan, che customizzarono le loro copie aggiungendo più informazioni possibili e alcuni di essi crearono copertine personalizzate (chiamate proof sleeves).

I Diamond si ritrovarono protagonisti di recensioni entusiastiche, condite talvolta da un’euforia al limite del parossismo: è impossibile dimenticare l’adorazione di Geoff Barton, il quale sostenne che “in una canzone dei Diamond Head c’erano riff più memorabili di quelli contenuti nei primi quattro album dei Black Sabbath. E poi come tralasciare la foto dei Nostri su cui troneggiava un balloon fumettistico con la frase “We are the natural successors to ZEPPELIN. Colossale!

Al di là di iperboli giornalistiche (che sopravvivono ancora oggi), il quartetto inglese aveva forgiato il proprio stile spontaneamente, traendo spunto dal passato pur rimanendo impassibili alle mode.

Tuttavia, volenti o nolenti, vennero travolti dalla forza delle classificazioni, dei generi e delle correnti dettate dalla stampa, che ben presto schiaffarono anche i Diamond Head nella “gabbia” della NWOBHM. Dopotutto, per molti critici e, in generale, per il mercato europeo, la classificazione in generi e correnti sono bisogni così impellenti da essere più importanti della comprensione e dell’apprezzamento della musica in sé…

 

Ogni bella storia si merita un’infiocchettatura

 

Le sperticate lodi della stampa specializzata diedero presto i loro frutti: la MCA, che attendeva di capitalizzare il fenomeno NWOBHM, vide nei Diamond l’opportunità tanto attesa. Tuttavia, la MCA non intervenne immediatamente e l’etichetta Media Records avrebbe dovuto accollarsi l’onere di ri-registrare “Lightning To The Nations” sotto la supervisione di Robin George.

Il nuovo ingaggio, tuttavia, si rivelò un buco nell’acqua e presto la MR dimostrò di promettere più di quello che poteva mantenere. Il contratto serio, era ancora un miraggio ma non fiaccava la band che conquistò nuovi ascolti durante il ‘Friday Rock Show’, grazie alle new entry “Borrowed Time” e “Don’t You Ever Leave Me”.

L’attività live non veniva mai meno e i Diamond trascorsero l’estate del ’81 in tour. Tappa obbligata era il Woolwich Odeon londinese, trampolino di lancio di volti noti e aspiranti star. Fato o coincidenze negative, Brian e soci si esibirono mentre era in pieno atto la rivolta di Brixton dall’altra parte della città.

La tensione era palpabile nell’aria e lo show fu esplosivo. Questi heavy rockers, il loro talento e il loro affiatamento, tutto era contagioso e coinvolgente soprattutto per un ragazzo danese che li osservò rapito. La leggenda narra che il giovane spettatore, all’anagrafe Lars Ulrich, stregato da suoni e musica, senza indugi partì per l’America e coverizzò quanto sentito nei locali statunitensi…

 

Orizzonti di gloria

 

Living On Borrowed Time

Finalmente, la MCA si decise ad intervenire (e possiamo ben dire anche fin troppo tardi) e spinse il quartetto a confezionare il loro secondo full-lenght, “Borrowed Time”, finalmente con una copertina all’altezza delle aspettative.

Il passaggio ad una major, infatti, appariva evidente fino dall’ingaggio del provetto artista Rodney Matthews, al quale venne commissionata la cover dell’album. Ciò che ne scaturì potrebbe essere eletto come precursore dell’iconografia epic/power: un guerriero esultante (ispirato a Elric di Melniboné) si stagliava sullo sfondo incantato, davanti ad un maniero ancestrale dalle fauci ferine. Una vera esaltazione alla fantasia umana che preannunciava per certi versi quello che conteneva il disco: l’opener, “In The Heat Of The Night”, ardeva di malinconia e dramma grazie al chitarrismo sognante di Tatler. Il canto brillava di classe pura ed intensa: Sean Harris spalancava all’ascoltatore visioni oniriche e in “To Heaven From Hell” il frontman agitava gli spettri dell’hard’n’roll mentre Tatler coniugava il rock dei primordi con il metal in un solismo irrequieto e mutevole.

Ed era proprio la perizia di Tatler a plasmare grandi ed avventurose strutture, una corrente di note ora burrascosa, ora lenta e fluente (racchiusa nella title track o nei languidi tocchi blues di “Don’t You Ever Leave Me”), senza rinunciare all’appeal radiofonico (il coro ammaliante di “Call Me”).

Con “Borrowed Time”, le Teste di Diamante avevano acquistato quello che mancava loro in termini di visibilità ovvero un’immagine forte e riconoscibile fin dalla copertina, che potesse suggestionare lo spettatore ancora prima di ascoltare la proposta musicale (cosa che giovò molto ad alcune band del settore…).

Anni ruggenti. Promo video di “Call Me”, Manchester Odeon, 1982

 

Non è diamante tutto ciò che luccica

 

Sì, bisogna anche ammettere che la risposta tardiva della MCA non produsse grandi benefici e influenzò non poco la sfortunata storia del combo: “Borrowed Time” conteneva una tracklist esigua, troppo per un debutto da major, aggravato dal fatto che diverse canzoni erano già uscite da tempo. Questa situazione era stata dettata dalla label, che per ragioni commerciali aveva spinto frettolosamente sulla pubblicazione del nuovo platter. C’è da chiedersi dov’era la MCA quando i Nostri cercavano di pubblicare il loro esordio…

D’altro canto, una migliore produzione finalmente riuscì a valorizzare la classe superiore del gruppo, ora giunta a piena maturazione: “Borrowed Time” raggiunse la posizione 24 delle classifiche inglesi. Il successo sembrava arridere ai ragazzi ma le forti aspettative sul prossimo disco si fecero ben presto sentire: a metà registrazioni, Duncan Scott lasciò il complesso, incapace di far fronte alla complessità di alcuni brani. Stessa sorte toccò a Colin Kimberley, defenestrato per mancanza d’impegno (o almeno così è riportato). Al loro posto, vennero ingaggiati Merv Goldsworthy (prima nei Samson, poi, negli FM) e, preceduto da Jamie Lane, Robbie France (più tardi nelle file di Skunk Anansie). Il cambio di formazione sembrava presagire un nuovo sound per il gruppo…

 

Makin’ New Music

Canterbury

Sean Harris e Brian Tatler avevano tracciato un ponte comune tra rock duro e nuovo corso forse più di ogni band esordiente, intuizioni che altri musicisti sapranno estremizzare e portare verso nuove soluzioni. Allora, se i Diamond avevano svecchiato l’hard rock tradizionale, se nel loro DNA c’era la voglia di ampliare e percorrere strade nuove, perché il loro terzo album,Canterbury”, venne stroncato proprio dai fan? Si ha sempre imputato alle major la colpa dei fallimenti di molti complessi talentuosi ma è triste ammettere che spesso la colpa va da ricercarsi nei fan. Visti con gli occhi di chi non si è mai staccato da una corrente e apprezza un solo genere, “Canterbury” è un’opera poco convincente, forse addirittura disorganica. Nulla di più falso.

Datato 1983, “Canterbury” riassumeva la vena poetica e melodica di una band che mantiene inalterato il proprio obiettivo primario cioè quello di evolversi: “The Kingmaker”, con la sua aura epica ma mai pacchiana, valica i confini di un certo rock’n’roll di maniera e la creatività compositiva, indipendente, si riappropria del suo ruolo di protagonista al di sopra degli schemi, delle aspettative dei fan e delle pressioni del business. Crescono anche i testi: i Diamond Head in “The Kingmaker” diventano abili parolieri per narrare le lotte dinastiche, simbolo della sete di potere e delle sue nefaste conseguenze ed aberrazioni (“…Dismayed by anguish, cries, Enslaved by desperate crimes…”).

I Need Your Love”, invece, mostrò uno spaccato più melodico, tale che Brian e soci furono criticati per il solo fatto di aver composto un brano orecchiabile e immediato, troppo morbido per gli autori di “Am I Evil?”, troppo poco nobile, vissuto per i patiti del rock anni ’70. Tanto astio per un brano il cui irrefrenabile loop di chitarra ispirerà nel tempo miriadi di artisti. 

Queste due anime di “Canterbury”, una più evocativa e l’altra più frizzante, apparentemente slegate, convivevano e Makin’ Music” ne era la testimonianza: l’opener del disco, con il suo coro da arena e le suggestive aperture vocali, non si concedeva troppo al lato commerciale, né eccedeva al manierismo liricheggiante.

Il malumore, destato dal cambio di registro, peggiorò in seguito ad una intervista di Harris che rivelò la totale insoddisfazione per i gruppi metal del tempo, “fossilizzati sempre sulla stessa nenia”, preferendo ispirarsi a Led Zeppelin, Rush o Deep Purple.

L’affermazione di Sean irritò Howard Johnson di Kerrang!, il quale senza mezzi termini definì i Diamond Head “Arrogant Bastards!”.

Certo, le parole di Harris erano state lapidarie ma non erano prive di fondamento: la sua era una critica verso le miriadi di band fotocopia, dedite a macinare i soliti riff senza quell’entusiasmo e quella personalità tipica di gruppi quali i Thin Lizzy.

Colpevoli di aver trasgredito la legge del “registro musicale” (e abiurato la fede dei metal kidz più intransigenti), le vendite dell’album furono deludenti, una situazione aggravata dal fatto che le prime ventimila copie erano difettate (la traccia di “Makin’ Music” veniva letteralmente saltata durante l’ascolto). Dopo la pubblicazione di “Canterbury”, i Diamond si dedicarono anima e corpo a suonare dal vivo, pubblicando una manciata di singoli per temporeggiare. Il nuovo disco, intitolato “Flight East”, doveva essere imminente, ma il demo di cinque nuove composizioni (“Back In The Power Age”, “A New Messiah”, “Be Good”, “Today”, “Someone Waiting”) passò in sordina, nel totale disinteresse discografico.

E una volta tanto gli uomini d’affari non avevano tutti torti: a parte la sempre mirabile voce di Harris, brani privi di carattere come la iperglicemica “A New Messiah” e “Today”, trasfiguravano la formazione in un coro di morbidi angioletti soft rock. Un qualunque complesso AOR avrebbe espresso maggior cattiveria rispetto a questo “paradisiaco” scivolone artistico. E pensare che erano gli stessi autori di “Am I Evil?”!

 

Fine di un sogno

 

Split ufficiali non ebbero luogo e lo scioglimento avvenne in modo graduale e inarrestabile. “Behold The Beginning”, ennesimo coacervo di vecchio materiale, fu un timido tentativo di preservare il nome della band nella memoria dei posteri. Operazione superflua, supportata da un breve concerto in apertura dei Metallica tenutosi a Birmingham.

Agli inizi degli anni ’90, il nome dei Diamond Head sembrava ormai un lontano e sfuocato ricordo. Ma non tutto era perduto: non è un segreto che all’apice della carriera, Ulrich riesumò i Diamanti citandoli tra le proprie influenze, grazie anche alla cover di “Helpless” inclusa nel famoso “The $5.98 E.P.: Garage Days Re-Revisited”.

Ulrich aveva ridestato interesse verso il passato e anticipò molti anni prima quello che stiamo vivendo ora ovvero un massiccio revival della NWOBHM, con la riscoperta e ripubblicazione di dischi dimenticati e il ritorno di vecchie leve dalle nebbie di Avalon.

Si innescò un processo inaspettato che si tradusse in un come back: Sean e Brian firmarono (purtroppo) la canzone “Who’s That Man”, un mischione pop per il film Highlander II sotto lo pseudonimo di “The Magnetic AKA”. Sean partecipò on stage con i Megadeth al Wembley Arena.

Trascorse un po’ di tempo, e di Tatler e Harris non se ne vide più l’ombra. Nel frattempo, durante la primavera del 1991, l’atmosfera fumosa dei pub inglesi veniva ravvivata da un gruppo mai sentito prima, i Dead Reckoning, le cui note sembravano riportare in auge un glorioso passato.

Gettata la maschera, il nuovo complesso si rivelò essere i Diamond Head sotto mentite spoglie, con Brian ed Sean al comando e Eddie Chaos (alias Eddie Moohan, basso) e Karl Wilcox (batteria) a completare la formazione.

Si percepiva una nuova energia dalla rinnovata setlist dei Diamond Head: i brani mostravano la band grintosa, unita sotto un’unica bandiera al solo scopo di fare buona musica, completamente libera da vincoli di nostalgia o di lucro.

Procrastinato e anticipato da un concerto dominato dai Metallica (con un Ulrich in preda a sproloqui megalomani – “A little side-project of mine” disse Lars al tempo, riferendosi ai risorti Diamond Head), “Death and Progress” uscì nel 1993 in piena era grunge.

Considerato il momento poco propizio, “Death and Progress” seppe ritagliarsi una discreta fetta di estimatori tra stampa e fan, grazie a canzoni come “Calling Your Name” e la proto-Megadeth “Starcrossed (Lovers Of The Night)”, dove partecipa Tony Iommi. Dave Mustaine contribuì a “Truckin'”, seguendo un cameratismo musicale nato già ai tempi della NWOBHM, se non prima ancora.

Diamond Head Death And Progress Cover 2

Morte & Progresso. Copertina originale di “Death And Progress”.

 

Die Hard

 

Nessuna ribalta o riscatto commerciale derivò da “Death And Progress”. Tuttavia, l’accoglienza sotterranea tributata al disco incitò i Diamond a mantenersi presenti nell’underground metallico e il risultato di tante ricapitolazioni (“To Heaven From Hell” e “The Best Of Diamond Head”, tanto per citarne qualcuna) ha permesso di alimentare il mito fino ai giorni nostri.

Dal 2005, infatti, Tatler “azzerò” i Diamond Head e dalle loro ceneri assemblò un nuovo combo, assieme al cantane Nick Tart: privi della magica voce di Harris, il sound del nuovo disco, “All Will Be Revealed”, era diventato un hard rock meno evocativo, più diretto e stradaiolo, segnato dal foot stomp di “Mine All Mine” e “Nightmare”, canzoni tra le cui note si celano tracce indelebili di “Am I Evil?”.

Il seguente, “What’s In Your Head?” (2007), continuò ad allontanarsi dalle origini e nel calderone musicale più di qualcuno percepì la presenza dei Black Sabbath, altri la lezione di un certo grunge, altri ancora un chiaro rimando ai figli Metallica.

Fuori Tart, viene ingaggiato Rasmus Bom Andersen mentre Tatler riallaccia i legami con il passato: il risultato è l’omonimo “Diamond Head” (2016), l’album che riporta i Diamond a suonare un heavy rock sostenuto da serratissime ritmiche NWOBHM come non facevano da tempo immemore. Sebbene “Shout At The Devil” e “See You Rise” non siano “It’s Electric”, la velocità e l’umore raggiungono le giuste coordinate di una canzone marchiata “Diamond Head”. Tatler riesce finalmente a dare sfogo al suo metal dalle connotazioni settantiane e ciò avviene anche grazie al nuovo cantante, perfettamente calato nelle atmosfere vecchia scuola, partendo dai pezzi più dirompenti (“Diamonds”) ai momenti ammantati di dramma ed epos (“All The Reasons You Live”).

Diamond Head nuova formazione

2016: nuova vita, nuova formazione. La formazione attuale composta da (sinistra verso destra): Eddie Moohan (basso), Rasmus Bom Andersen (voce), Brian Tatler (chitarra), Andy “Abbz” Abberley (chitarra ritmica), Karl Wilcox (batteria).

 

Un’eredità di rimpianti, speranze ma soprattutto di grande musica

 

Un capolavoro nasce da un attimo d’ispirazione, spesso irripetibile nel corso della vita di un’artista. Il talento coinvolgente di “Lightning To The Nations”, la libertà creativa di “Canterbury” appartengono ormai al passato ma sono consegnate nelle mani dei posteri per sempre.

Più volte si afferma che è irragionevole pretendere un ritorno agli antichi fasti ma questo desiderio è sempre da biasimare?

Forse, è proprio questa speranza che dimostra l’attaccamento ad un complesso e ne rivela il ruolo artistico e storico: essere stati testimonianza vivente di un’evoluzione e di una continuità musicale che portò il rock a partorire il metal. Una prova inconfutabile contro i tanti pregiudizi nei confronti di questa affascinante musica.

Diamond Head   Evil Live

 

Eric Nicodemo