Intervista Laetitia in Holocaust

I blackster modenesi Laetitia in Holocaust daranno alle stampe in data 28/11/2025 un nuovo EP, “I Rise with the Dead”, che verrà licenziato sotto l’egida della Masked Dead Records. Abbiamo approfittato dell’occasione per incontrare la band: l’articolo scaturito da questo incontro è la prima intervista che il gruppo concede al nostro portale. Buona lettura!
Benvenuti su Truemetal.it! Forse dovrei dire ‘ben ritrovati’, considerando che abbiamo recensito alcuni dei Vostri lavori e pubblicato qualche articolo riguardante la Vostra attività. Trattandosi però della prima intervista che vi vede protagonisti mi piacerebbe ripercorrere la storia del gruppo, a beneficio di tutti i Lettori che ancora non hanno avuto modo di conoscervi. Dove, come, quando e perché nascono i Laetitia in Holocaust?
Stefano: Laetitia In Holocaust nacque da ciò che è morto, putrefatto, corrotto in ossa e cenere; da ciò che ultraterreno, sovrannaturale e viaggia invisibile; da ciò che ci richiama ma non è più qui e che parla con la voce del vento e dei fortunali, le cui parole gorgogliano quando piove e crepitano sotto il peso del Sole. LIH parla attraverso me e Nicola dal 2001. Un incontro assolutamente fortuito, come molti incontri, niente di speciale: ci conoscemmo in una band fondata da un contatto comune, poi dopo due prove la band si sciolse. Seguì un altro incontro fortuito: alle prove di un’altra band, giusto per divertimento, riprodussi sulla chitarra un riff che fornì il primo vero punto d’incontro musicale fra noi. Da qui iniziò tutto. La band sparì, noi rimanemmo; o meglio, noi iniziammo. Con volontà di ferro e antiche voci nel cuore, cominciammo a farle parlare e ad essere profondamente amici fra noi, e con loro.

Come avete scelto il Vostro moniker? Mi incuriosisce anche la simbologia che si cela dietro allo stemma incastonato tra le lettere LIH che campeggia nelle copertine dei Vostri ultimi EP. Potete gettare un po’ di luce su questi argomenti?
Stefano: Laetitia In Holocaust nella sua accezione primigenia significava felicità nella distruzione del genere umano e sterminio di tutto ciò che è vivente, di ogni fottuta forma di vita. Condensava visioni di agenti ultraterreni – come belve immaginarie e figure antropomorfe di immenso potere – che ci portavano pace consegnando al sangue, al fuoco e al buio eterno ciò che era il nostro mondo. Una lenta Apocalisse, una peste nera a Venezia senza futuro; arazzi immaginari di scalini e scalini discendenti verso l’Abominio ed il Silenzio. Questa è l’origine.
Poi siamo sopravvissuti a questo e sconfitto la nostra autodistruzione: la vita che ci anima ha prevalso.
Una volta che si rende realtà la propria morte attraverso l’arte, la fine non vuole mai davvero arrivare. Vuole godere di se stessa attraverso la tua espressione creativa.
Attualmente Laetitia In Holocaust per noi significa “felicità attraverso il sacrificio per qualcosa di più alto”.
E’ curioso che questo sia il significato letterale di un moniker scelto allora in maniera viscerale ed intuitiva, un significato che ci avrebbe rappresentato anche allora in fin dei conti. Avevamo un’idea dell’uomo troppo alta, tale da confinare sempre le persone reali nella miseria, ai nostri occhi. Era l’altezza di ciò che vedevamo rapportato alle nostre aspettative il problema, sempre al di sotto, sempre indegno… di vivere.
Ora non ci aspettiamo nulla dall’umanità e siamo purtroppo abituati al suo orrore. Al contempo amiamo molto i suoi lati più alti e siamo disposti a sacrificare tutto per coltivarli.
Il bambino a cavallo dello scorpione simboleggia l’innocenza che guida la ferocia. Il sogno che uccide e culla, il canto che benedice e maledice al tempo stesso.

Questa nostra intervista accompagna l’uscita dell’EP “I Rise with the Dead”. Quali messaggi veicolano le due canzoni che lo compongono?
Stefano: Il titolo “I Rise with the Dead” racchiude la chiave di lettura: in questo lavoro ci mostriamo assieme ad alcuni Morti e alla loro voce.
Ne “Gioia e Pianto alle Teste dei Leoni” gli spiriti di civiltà passate si raccontano attraverso i sussurri di libri e cripte. Chi fra loro non disprezzò da subito il veleno di Cristo? Chi non ne osteggiò il messaggio deprimente? Loro, antichi, vivevano nella vittoria e nella limpida coscienza dei vincitori. Cristo arrivò e la sporcò con l’ombra della sconfitta e della colpa. Purtroppo la volgarità e la potenza pervertita della visione cristiana crearono spettri e malinconia dove non c’erano e le propagarono per secoli.
L’altro giorno, in centro a Modena, ho assistito a questa scena: due individui vestiti di tela da sacco urlavano:
“Ascoltate la voce di Dio! Ascoltate la minaccia del castigo! Ascoltate la minaccia del castigo! E ascoltate Colui che lo porta!”
Pensai: come faccio a sentire la voce di Dio in mezzo a questo obbrobrio umano? In mezzo a questo vociare da mercato che fa leva sul senso di colpa e sulla contrizione? Sullo strisciare dei vermi dello spirito? La stravaganza miserabile del loro comportamento in una città laica occidentale del 2025 mi sembrò un’analogia con quei vecchi tempi, quando i loro simili si affacciarono per la prima volta sul mondo antico. Ma ormai li conosciamo già. Nessuna sorpresa. Non capiterà una seconda volta.
“Of Feathers and Doom” invece è la voce di TUTTI i Morti. E’ il nostro Requiem. La bellezza e il vigore che vengono polverizzati dal tempo. La caligine che annerisce sempre di più il nostro respiro, il cimitero delle persone che ci mancano e che si amplia sempre di più – il nostro specchio, che non mente mai. Di piume e destino. Di voli e di tombe.
Il testo di “Gioia e Pianto alle Teste dei Leoni” è scritto in italiano. In “Of Feathers and Doom”, invece, avete preferito usare l’inglese, lingua che compare con maggior frequenza nelle liriche della Vostra discografia. Quali ragioni vi portano ad ‘oscillare’ tra questi due idiomi?
Stefano: L’oscillazione è più verosimilmente un punto di transizione. D’ora in poi ci esprimeremo, scriveremo e canteremo solo in italiano. “Of Feathers…” uscì precedentemente in “Heritage”, lavoro del 2020 per il quale la lingua utilizzata era l’inglese; abbiamo ripreso questo brano per coerenza tematica riproducendolo completamente live in studio e conservando i suoi crismi, fra cui la lingua. Abbiamo richiamato per abbandonare, abbiamo corrisposto lo sguardo per dire addio.
“I Rise with the Dead” condivide la struttura del titolo e l’impaginazione di “I Fall with the Saints”, EP del 2021 originariamente pubblicato da Brucia Records e ristampato di recente da Masked Dead Records. Esiste un legame concettuale tra queste due opere?
Stefano: Trattandosi di due opere molto vicine per concepimento, ritroviamo gli stessi fili conduttori, le stesse sfumature oniriche e i medesimi nuclei tematici. Voci dal passato, suggestioni apocalittiche, canti notturni e preghiere per il mondo dei Morti. Se l’impianto visivo e sonoro è piuttosto condiviso fra i due lavori, l’espressione valoriale è invece di segno opposto e ne marca la dualità: dove “I Fall…” vuole solo annichilire il mondo e annerire nella cripta, “I Rise…” espone un pensiero morale costruttivo che chiama alla rinascita, all’azione e alla libertà spirituale. Tale rapporto antitetico è imperniato sulle rispettive canzoni d’apertura, che fanno da Nero e Bianco della scacchiera; entrambi i lavori poi si concludono con una canzone che funge da Requiem.
“I Fall..” e “I Rise…” si possono considerare quindi due espressioni artistiche antitetiche da un punto di vista morale, rami distinti di un delta nati dalla medesima fonte e che sfociano nel medesimo mare ma in punti diversi della costa.

Il titolo della seconda traccia di “I Fall with the Saints”, “Hair as the Salt of Carthago”, appare anche della tracklist di “The Tortoise Boat”, il Vostro primo album dato alle stampe nel 2009. Se, come penso, si tratta della riproposizione dello stesso brano, quali motivazioni vi hanno spinto a riportare alla luce un elemento del Vostro recente passato?
Stefano: abbiamo ripreso “Hair…” per due motivi. Il primo è che “The Tortoise Boat” ha concretizzato ispirazioni e sensazioni molto tetre e distruttive, in ogni suo aspetto, ed è stato registrato in maniera estrema utilizzando solo chitarre pulite, prive di distorsione per allontanarsi dal Rock, mentre la batteria era riprodotta da una drum machine e la ripresa è stata complessivamente primitiva. Con la rivisitazione di “Hair…” abbiamo voluto, col senno di poi, fare pace con quel vecchio album che sentiamo alieno ed ostile. Avevamo voglia di riascoltare almeno un parte di quel lavoro attraverso una veste sonora diversa e provare come sarebbe stato suonarla con una band al completo.
Il secondo motivo è che “Hair…” ben si accompagna concettualmente con la title-track “I Fall…”, dato che esprime lo stesso mood spirituale e la stessa posizione morale.

“I Fall with the Saints” e il successivo “I Rise with the Dead” hanno in comune una produzione musicale molto curata. È raro, tanto per fare un esempio, che gli ascoltatori percepiscano con chiarezza le linee di basso, cosa che invece accade in entrambi gli EP. Quali regole seguite, se così si può dire, quando giunge il momento di trasferire dalla carta al disco le Vostre composizioni?
Stefano: la nostra regola/necessità di base è che quanto verrà riprodotto nelle orecchie dell’ascoltatore possa restituire fedelmente l’estetica globale (la paletta cromatica dell’album, diciamo), i pattern melodici e ritmici e le intenzioni compositive convogliate nel processo creativo dei brani.
Suonando un tipo di musica piuttosto dinamico, con alternanze di vuoto e pieno e numerose sfumature o transizioni, i dettagli sono davvero tanti; per farli funzionare dobbiamo fare in modo che siano ben percepibili e che possano giocare un ruolo.
Va da sé che una produzione poco accurata o che enfatizzi alcune frequenze e strumenti a discapito di altri ci farebbe perdere molta resa rispetto a quanto composto. Ogni nota fatta da ogni singolo strumento per noi è importante e deve trovare il modo di poter essere percepita; rimaniamo una band di Metal estremo che ama suoni genuini, quindi molto difficilmente andremo alla ricerca dell’artificio e finora non lo abbiamo mai fatto: in fin dei conti cerchiamo principalmente di avere dei buoni suoni in sala prove, comporre con quei suoni e trasportarli naturalmente su disco.
Le Vostre immagini presenti nel materiale promozionale mostrano una formazione di cinque elementi, il che fa pensare ad una line up completa e pronta per apparire dal vivo. Promuoverete “I Rise with the Dead” con una serie di concerti? In caso affermativo, se possibile, potreste indicare le prossime date in cui i nostri Lettori potranno assistere ad una Vostra esibizione?
Stefano: siamo pronti e attivi sul fronte live e vorremmo esserlo di più. La nostra prossima esibizione sarà il 29 novembre per il warm-up del Black Winter Fest al Damage Inc. di San Giovanni Lupatoto (VR) in compagnia di Strja, Vultur, Kre’u e Necromass.
Non abbiamo altri concerti in programma, se ci fossero opportunità le prenderemo volentieri in considerazione.
Grazie!

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