Industrial

Intervista Pain (Peter Tägtgren)

Di Davide Sciaky - 4 Novembre 2023 - 8:00
Intervista Pain (Peter Tägtgren)

Intervista a cura di Davide Sciaky 

You can read the interview in English here.

Benvenuti su TrueMetal. Come stai e come sta andando il tour? 

Sta andando alla grande. Ho sentito che oggi potrebbe essere una serata lenta [in termini di affluenza di pubblico], ma bisogna andare in tutti i paesi. E forse i fan si sveglieranno. Comunque torneremo di nuovo, ovviamente. Questo è più che altro un tour di riscaldamento per far vedere che i Pain sono tornati. Poi arriverà il nuovo album e tutto quanto.

 

Sì, di questo parleremo tra un attimo. Ma prima di tutto, avete appena pubblicato un nuovo singolo, Revolution. So che l’hai scritto con Sebastian [figlio di Peter e batterista dei Pain N.D.R.]. So che hai già lavorato con lui per alcune canzoni in passato per gli Hypocrisy. Ma ho letto che questa volta lui ha scritto tutta la musica e tu ti sei occupato dei testi. Mi chiedevo se è la prima volta che lavorate in questo modo, lasciando a lui tutta la musica.

Beh, in realtà io e Sebastian abbiamo fatto una canzone insieme, Soldier of Fortune, nel 2013 con gli Hypocrisy. Lui ha scritto metà della canzone, io l’altra merà e poi ho scritto il testo, ovviamente. E con i Lindemann, Mathematik, ha scritto quella canzone. E Dead World, sul nuovo album degli Hypocrisy, è stata scritta da lui anche quella. Infine ha scritto due brani sul nuovo album dei Pain, Revolution e un’altra chiamata Don’t Wake the Dead. Sì, sta andando bene. Devo solo un po’ prenderlo a calci, so che ha molto talento, ma sì, bisogna motivare i propri figli.

 

So che i testi parlano di fake news, di social media e simili. È un argomento che senti particolarmente vicino? 

Penso che tutti noi lo sentiamo molto vicino. È una cosa che succede sempre, i media dicono una cosa e ne fanno un’altra. Lo si vede ovunque nel mondo. Sono contento dei social media perché vi si può trovare molta verità, ma anche molte cose false. Ma il lato positivo è che si possono trovare tante informazioni e magari capire se qualcuno sta dicendo una cazzata, per esempio. Uno può fare le proprie ricerche e usare il proprio buon senso. Non sto dicendo alle persone di fare la rivoluzione, sto solo dicendo di tenere gli occhi aperti e di svegliarsi. 

 

E soprattutto con internet oggi, tutto quello che dici può essere distorto. 

Sì, esatto. 

Qualunque cosa dici può diventare un titolone su una rivista o un sito.

Già.

Ti sei sentito di dover fare attenzione a quello che dici nelle tue interviste per evitare questo rischio?

Sì, non puoi mai sapere come finiscono ste cose. A volte distorcono le cose e poi le mettono in prima pagina, sai? E tu dici: “Non ho detto queste cose!”. Succede sempre. Ma la gente ha buon senso, e alla fine uno crede a quello che vuole.. 

Quindi non ti sei mai sentito in dovere di stare attento? 

Non me ne frega niente di quello che pensa la gente. Credo che in 30 anni di carriera la gente abbia capito che sono una persona abbastanza onesta, non me ne frega un cazzo di quello che pensa la gente. Faccio a modo mio, ecco com’è.

 

Abbiamo parlato dell’ultima canzone pubblicata, mentre avete pubblicato Party in My Head un paio di anni fa. Quindi, un nuovo album, l’hai accennato prima, puoi dirmi qualcosa di più su quando uscirà? 

Sì, credo che a metà gennaio inizieremo a pubblicare dei singoli, tipo ogni quattro settimane. Altri tre singoli e poi dovrebbe uscire l’album. Credo che uscirà a marzo. Ma prima di allora usciranno altre tre canzoni.

 

Come abbiamo detto Sebastian  suona con voi da tempo, dal 2016, credo, ed ha suonato anche nei Lindemann. Mi chiedevo: com’è stato includerlo nella tua vita in tour? Hai pensato di dover cambiare il modo in cui ti comporti in tour avendo tuo figlio accanto?

Sì, all’inizio, cioè durante i primi tour, ma ho visto che si comportava come me quando ho iniziato ad andare in tour [ride]. Quindi, sì, al diavolo. Voglio dire, è una persona a sé, quando uno compie 18 anni può fare quello che vuole. Ma, ovviamente, tiro il freno se succede qualcosa di veramente brutto. Però non succede mai.

 

Ovviamente ora i tuoi gruppi principali sono i Pain e gli Hypocrisy e con entrambi hai fatto molti tour nel corso degli anni. Come fai a decidere come allocare il tempo, sia in studio che dal vivo, tra una band e l’altra? 

Questo è il problema. Era ancora peggio quando avevamo tre band in tour, sai. Era una follia. Voglio dire, quello che succede è che queste cose, organizzare i tour e tutto il resto, richiedono così tanta energia. Quindi poi non riesco a pensare a [nuova] musica, ecco perché ci vuole così tanto tempo tra un album e l’altro. Perché, sì, non si tratta solo di scrivere musica e stare sul palco, io voglio essere coinvolto in tutto. Credo che sia una scelta. Ma spero che ora che ci sono solo due band i tempi tra un album e l’altro saranno un po’ più rapidi. Lo spero davvero.

 

Abbiamo parlato di Lindemann. Ha lasciato la band tre anni fa, mi sembra. 

Sì. 

E’ stato per divergenze creative, per divergenze personali o per un problema di tempo? 

Sono state così tante motivazioni che non saprei nemmeno da dove iniziare. Mettiamola così. 

Oltre al tuo lavoro di musicista, ovviamente, sei molto conosciuto come produttore. Hai un tuo studio. 

Sì. 

E hai iniziato nel 1995, quindi molto presto nella tua carriera. Puoi raccontarmi un po’ come è iniziata? Perché hai deciso di avere uno studio all’epoca?

Beh, in realtà è iniziato nel ’92. Un mio amico aveva uno studio quando sono tornato dall’America. Ho vissuto lì per un po’. E lui aveva uno studio. Ho iniziato a prenderlo in affitto per registrare le idee che avevo già da quando ero in America. Poi mi ha chiesto se volevo registrare delle demo di alcune band e ho iniziato a farlo. E poi, naturalmente, abbiamo fatto il primo album degli Hypocrisy in quello studio e poi il secondo. Ad un certo punto mi ha detto: “Voglio chiudere lo studio, vuoi comprarlo tu?” E io ho risposto di sì. Ed è stato nello stesso periodo in cui abbiamo lavorato a Fourth Dimension. Così andammo a Stoccolma per farlo e si è rivelato un disastro. Io volevo solo… All’inizio mi interessava semplicemente ottenere un suono più chiaro rispetto alla normale produzione Death Metal di quei tempi. Sai, non si sentiva quasi mai il basso, per esempio, e tutto il resto. C’erano solo chitarre, batteria e voce, più o meno. Volevo un suono più cazzuto. E poi la gente ha cominciato a contattarmi: “Ehi, puoi produrre il nostro album e registrarlo?”. E’ andata avanti così. Quando la gente ascolta un album, gli piace il suono e ti contatta. Ma oggi non ho tempo. Ogni tanto ne faccio uno qui e uno là. Deve essere interessante.

 

Hai studiato produzione o hai imparato semplicemente sperimentando?

Giravo le manopole e vedevo cosa succedeva. Pensavo: “Oh, suona bene”. Non avevo idea di cosa stessi facendo. Seguivo solo le mie orecchie. 

 

Anche se ti sei sempre concentrato sulla produzione di band più estreme, hai prodotto anche alcune band di generi diversi. La scena metal estrema è probabilmente molto conservatrice in un certo senso. 

È una scena in cui sicuramente è difficile cambiare le cose.

Hai mai avuto dubbi sul se produrre o meno un gruppo perché poteva rovinarti la reputazione, per così dire?

Oh, no, no. Registro tutto, tranne le band con idee politiche strane. Ma a parte questo, non mi interessa se si tratta di disco, pop, rock, o altro. Tutto quello che faccio,  in passato ho fatto, non musica dance, ma più folk per anziani e cose del genere. E si impara molto facendo diversi tipi di cose. Quindi, se vuoi crescere come mixer o produttore, penso che dovresti occuparti di tutti i tipi di cose diverse. Qualsiasi cosa, dal blues al pop al metal estremo. Perché fare tutte queste cose ti aiuta.

 

È qualcosa che fai ancora oggi? Ascoltare cose diverse per avere idee su come produrre meglio? 

Ascolto un sacco di cose diverse e cerco di farmi venire delle idee. Soprattutto per Pain, perché questa band è come un libro aperto. Posso fare qualsiasi cosa con i Pain. Non importa cosa sia. Quindi, per me è importante sentirmi un po’ aggiornato. Ma mi piace anche mettere le mani nella musica synth degli anni ’80 e ’90, mischiandola a chitarre brutali e altro. 

 

Con tutte le diverse band in cui hai suonato e prodotto, c’è mai stato un momento in cui per te la musica è diventata un lavoro? O sei riuscito a mantenerla sempre, soprattutto una passione? 

È sempre stata una grande passione. Non so chi è che con la testa a posto va spesso in tour. Dipende dalle circostanze, ovviamente. Io vivo e respiro musica. È l’unica cosa che conosco. Quindi è ancora la mia passione. Ma cerco di fare delle lunghe pause tra una cosa e l’altra per ritrovare la fame.

 

È una cosa che mi chiedevo, se c’è mai il pensiero, “Okay, ho fatto abbastanza tour per ora” e passi a fare altro semplicemente perché hai bisogno di una pausa. 

Sì, ma mi piace questo equilibrio tra i tour e poi… Perché nel backstage la gente suona musica diversa, cose che non hai mai sentito prima. Senti cose nuove. Quindi, ti porti dietro tutto questo. E poi la volta successiva che vai in studio quella musica rimane e ti influenza. Quindi, credo sia molto importante avere le orecchie sempre aperte. E quando torni a casa ti siedi e ti metti a giocherellare un po’ con le registrazioni, le melodie e cose del genere. Così, all’improvviso, salta fuori qualcosa di strano.

 

La domanda successiva è, per certi versi, impossibile. Ma tra tutti gli album a cui ha lavorato, ne ha uno preferito? Tra quelli in cui hai suonato e tra quelli che hai prodotto. 

Negli anni ’90 ho lavorato ad un sacco di album classici. Tutti molto belli. È come scegliere tra i tuoi figli qual è il tuo preferito. Sono davvero felice di aver avuto l’opportunità di lavorare con tutte queste band. Band con cui sono cresciuto e che ammiravo quando avevo 15 anni. Come i Celtic Frost o i Possessed. E i Destruction e gruppi del genere. È stato fantastico. Ma anche vedere piccole band crescere. Come gli Amon Amarth, che sono partiti con un mini album, ai Dimmu Borgir. Sì, lavorare con tutte queste band e vedere come crescono. Vedere questo sicuramente mi rende orgoglioso di avere avuto un ruolo nella loro storia . 

Hai fatto te il primo EP degli Amon Amarth, no? 

Sì, ho fatto anche due full length.

È pazzesco vedere dove sono arrivati adesso. Ricordo che la prima volta che li ho visti è stato circa 15 anni fa. E Johan diceva: “Urlate! Tanto la gente non capisce lo stesso i testi!”. E l’ultima volta che li ho visti tutti cantavano i testi. La gente conosce e canta i testi anche se sono in growl. 

Hanno fan davvero hardcore, è molto bello. 

 

La mia domanda finale è: c’è uno stile musicale che, nonostante tutto quello che hai suonato nella tua carriera, non hai ancora avuto modo di suonare? Una direzione diversa che vorresti esplorare in futuro.

Direi mai dire mai. Sono aperto a tutto. Sento di poter fare tutto ciò che desidero. Non importa il tipo di stile musicale. Nel nuovo album dei Pain ci saranno delle sorprese. 

Un po’ di blues magari? 

Non blues, ma roba strana. Roba figa, secondo me.

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