Symphonic

Intervista Within Temptation (Sharon Den Adel)

Di Arianna Govoni - 25 Novembre 2023 - 8:12
Intervista Within Temptation (Sharon Den Adel)

Correva l’anno 2019 quando i Within Temptation erano in procinto di intraprendere un nuovo tour in Europa a supporto dell’allora nuovo, ultimo album, “Resist”, una campagna promozionale interrotta l’anno successivo a causa dell’esplosione della pandemia globale. La band olandese, mai persasi d’animo, ha voluto proseguire questa massiccia pubblicità rilasciando, di volta in volta, una serie di singoli digitali che, da lì a poco, avrebbero poi ufficialmente composto “Bleed Out“, l’ottavo album in studio di Sharon Den Adel e soci. Un disco, questo, molto più profondo, mirato a denunciare le situazioni politiche attuali, di cui la stessa vocalist si fa quasi portavoce negli 11 brani che lo compongono e che ci mostra un ulteriore nuovo lato della band olandese, da anni ormai distaccatasi da quel filone symphonic metal che sin dai primi anni 2000 l’aveva piazzata tra i dei dell’olimpo di un genere sempre più in crescita. In esclusiva, vi presentiamo l’intervista condotta con la fondatrice e cantante del combo di Waddinxveen.

 

Ciao Sharon  e benvenuta sulle pagine di Truemetal.it! Oggi ci troviamo qui per parlare dei Within Temptation, ovviamente, e del vostro nuovo album, “Bleed Out”. Nel corso di questi ultimi tre anni avete comunque mantenuto alta l’attenzione su di voi, pubblicando di volta in volta alcuni singoli tratti, appunto, da questo ottavo lavoro in studio e ora, finalmente, il disco sta per uscire. Come ci si sente a tornare in pista a distanza di 4 dal vostro ultimo lavoro, “Resist”?

Beh, come sai, alcune canzone erano già state pubblicate e lo abbiamo fatto, in particolare, a causa del covid, per tenere tutti quanti impegnati e avere anche qualcosa da presentare; quindi, gran parte dell’album, purtroppo, era già stata presentata, dal momento in cui quattro brani erano già fuori e questo accadeva nel periodo nel quale il covid stava finendo. Tenendo, inoltre, conto che nell’album sono presenti 11 brani e che volevamo far sì che la gente si sentisse legata, interessata a noi fino al momento dell’effettiva pubblicazione del disco, ci ha spinto a considerare di pubblicare maggiormente altri nuovi pezzi. Non era il nostro piano, non era ciò che avevamo pianificato, ma dal momento in cui è subentrato il covid, tutto ciò ci ha portato via alcuni anni, lo ha fatto con tutti. Diciamo che, questa volta, abbiamo fatto le cose diversamente rispetto a come normalmente le facciamo, ma non vedo l’ora che il disco sia fuori, perché tutto ciò comporterebbe a terminare quell’era in cui componevamo di alcune tematiche che abbiamo trattato e delle quali ancora stiamo parlando. In qualche modo, quindi, questo album pone la parola fine a quell’era e, ad essere sincera, sono molto orgogliosa di questo disco, perché è un album inespresso, è un disco nel quale siamo stati molto più che onesti con noi stessi. Credo che questo processo fosse già iniziato con “Resist”, sai, invecchiare e crescere significa anche trarre determinate conclusioni, pensare che alcune cose non cambieranno. Quando si è giovani, si tende a pensare a cose del tipo: “Domani sarà un’altra giornata, sarà diverso, domani le nuovi generazioni risolveranno questo problema”, noi non abbiamo trovato la soluzione, anzi, alcuni problemi sono diventati addirittura molto più importanti e abbiamo cercato di indirizzare il problema a modo nostro. Certo, non possiamo cambiare il mondo, ma possiamo prendere spunto da determinate tematiche e parlarne.

Per questo nuovo album, avete puntato ad un titolo forte, molto esplicativo: “Bleed Out”. So che la titletrack, ad esempio, è dedicata a Mahsa Amini, uccisa e pestata dalla polizia solo per aver osato indossare qualcosa di non consono. Sai, non so se la associazione che sto per farti sia proprio in tema, ma in un primo momento mi è venuta in mente la povera Sophie Lancaster, a cui tuo cognato e i Delain hanno dedicato “We Are The Others”, che pare fosse stata picchiata a sangue per gli stessi motivi. Quale impatto ha avuto su di te, come donna, questo episodio e cosa ne pensi della situazione attuale presente in Iran, di questa cultura molto controversa radicata in quella società?

Ciò che ci ha portati a scrivere questo brano non è propriamente correlato a lei (a Mahsa, ndr), è più indirizzato verso tutti quegli individui che prendono posizione per quello in cui credono, senza sapere che cosa succederà dopo. Sai, tutta questa audacia mi lascia ogni qualvolta senza parole e mi porta a chiedere che cosa avremmo fatto noi, parliamo di un regime, dove per anni è regnata l’oppressione e dal momento in cui queste persone prendono una posizione per i loro ideali è una cosa stimolante, motivante sotto così tanti punti di vista! Io stessa ho vissuto in Medio Oriente da ragazza, ho persino frequentato una scuola di rabbini, per cui per me non esisteva una vera scuola, non c’era la scuola elementare dove si parlava l’inglese, c’era solo quella con i rabbini, per cui frequentavo questo istituto dove l’unico a saper parlare la lingua inglese era il mio insegnante. Credo di aver frequentato per circa un mese e mezzo, fintanto che i miei genitori si sono resi conto che quella situazione non poteva funzionare, non vedevano in me alcun progresso, nonostante le persone fossero tutte molto amichevoli, per cui non posso assolutamente dire nulla di negativo a tal riguardo… anzi, è stata un’esperienza positiva, sebbene la barriera linguistica fosse un grosso ostacolo. Ho, quindi, questo speciale legame con il Medio Oriente, anche se io ho vissuto, in realtà, nello Yemen, ma la cultura è simile, sebbene fossi giovane, avevo già intuito che le donne venivano trattate in modo diverso. Leggendo e vedendo determinate situazioni, è scattata questa voglia di scrivere di questo argomento, di quanto possa essere potente vedere le persone prendere una posizione, da qui è nato “Bleed Out”. È una metafora per dire “Non posso più sopportare”, non importa che cosa accadrà, questo è il mio modo di prendere una posizione e questo è il significato del titolo dell’album stesso, parla della libertà. Non è un album che tratta di tematiche negative, tutt’altro, è perlopiù un grido alla libertà.

La brutalità che circonda la società odierna è qualcosa di orrendamente mostruoso che fa paura. Secondo te quale potrebbe essere un’arma efficace per denunciare queste brutalità? Voi vi siete sempre schierati dalla parte dei sofferenti, dei buoni e non avete mai avuto paura di esporvi, di prendere posizione e lo avete ampiamente dimostrato anche nei testi, nelle melodie di “Bleed Out”, dove anche il sound è molto più pesante…

Beh, sai, le situazioni sono diverse, prima menzionavi la questione in Inghilterra legata a Sophie, credo che fosse questo il suo nome, che è un po’ diversa da quella che sta succedendo in Iran, perché nel Regno Unito vige la democrazia, in Iran no. In quel paese le situazioni tendono a ripetersi, anche a causa della polizia, parliamo di una situazione totalmente differente, si differenzia solo dal fatto che la gente si espone e combatte per i propri diritti, prendendo una posizione. Credo che sia importante mantenere vivo l’argomento, sia per noi che per tutti coloro che vogliono dare supporto a quegli individui che si oppongono, anche la politica gioca un ruolo importante. Purtroppo, non ho la soluzione al problema, ma penso che più si mantenga alta l’attenzione su un determinato argomento, facendo capire che ciò che fanno è sbaglio, far capire che cosa succede laggiù, più sia importante! Non bisogna buttarlo nel dimenticatoio e lo stesso vale per l’Ucraina, dove ancora si combatte: se ci pensi, è solo a poche ore di distanza da dove abitiamo tutti quanti noi, si tratta di una situazione davvero pericolosa. Lo stesso discorso vale anche per Sophie, parlare dell’argomento porta la gente a rendersi conto che non va bene, è di libero accesso, parlarne e supportare la sua fondazione faccia sì che le persone siano più consapevoli e comprendano come agire, come alzarsi in piedi e supportare gente come Sophie sia una questione fondamentale, per prevenire, ma è pur sempre una situazione diversa. Credi che, essendoci una democrazia, la gente possa essere più saggia e agire diversamente..

Recentemente, avete pubblicato il video della titletrack che, per l’occasione, prevede l’uso dell’intelligenza artificiale. Quale è il tuo pensiero a riguardo e cosa ne pensi di questa nuova tendenza?

Penso che tu l’abbia ragionata nel modo giusto e la ragione per la quale le persone al giorno d’oggi ne stiamo facendo uso sia perché credono che sia qualcosa che in futuro sarà considerato vecchio o che nessuno abbia mai provato prima! È qualcosa di innovativo, interessante, sfortunatamente c’è qualche pericolo nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale che dovremmo affrontare, per cui è importante per tutti quanti capire quali siano le regole, cosa ci è permesso fare e cosa no, che cosa possiamo utilizzare e se finisse nelle mani sbagliate, potrebbe arrecare parecchi danni. Detto questo, però, vedo anche la possibilità di fare cose enormi, come scovare i tumori negli ospedali in una maniera più facile, utilizzando gli scanner, vedo che ci sono cose positive a riguardo, ma d’altro canto vedo anche tanta paura nelle persone che non sono molte informate sull’argomento. Credo che sia uno sviluppo che non possiamo fermare, dal momento in cui vi sono delle restrizioni su ciò che ci è permesso fare o meno, per noi si è trattato di uno strumento che volevamo utilizzare in questo album, forse non lo useremo più in futuro ma ci è piaciuto usarlo, perché ci ha fornito delle possibilità creative. Siamo sempre la stessa band, con le stesse persone di sempre, alla quale si è aggiunto un esperto di intelligenza artificiale. Abbiamo girato un vero videoclip, ma c’è da dire che l’intelligenza artificiale non è uno strumento facile, porta la gente a credere che lo sia, che sia anche più economica. In alcuni casi lo è, ma per noi non è stato né facile, né economica! Se non vuoi avere il lip sync, allora è più facile realizzarlo in qualsiasi altro modo, ma se vuoi averlo nel modo in cui lo abbiamo utilizzato noi nei nostri ultimi video, allora ti dico che è molto difficile permettere una sincronizzazione e ci abbiamo impiegato un mese e mezzo per ottenere il risultato che vedete adesso. Ancora non è perfetto, ma ci piace perché mostra le donne dell’Iran vestite con i loro abiti tradizionali, volevamo raccontare una storia, è un’espressione alternativa dell’arte ed è molto difficile far sì che l’intelligenza artificiale faccia ciò che tu vuoi, ma alla fine questo è il risultato. Siamo ricorsi all’utilizzo dell’intelligenza artificiale anche per il visualizer video di “Wireless”,  come ti dicevo è stato difficile far sì che facesse ciò che volevamo, poiché abbiamo questi soldati nel videoclip e, all’improvviso, si trasformano in altre figure. La realizzazione del video è stata veramente difficile, abbiamo dovuto effettuare dei tagli alla fine, ma per noi si è trattato di un bell’esperimento e ci siamo resi conto che, trattandosi di un qualcosa di nuovo, esso ha scaturito molta curiosità nelle persone, ma dal momento che siamo consapevoli di ciò che possiamo utilizzare o meno, sappiamo che possiamo dare un po’ di pace a coloro che vorrebbero provare ad usare l’intelligenza artificiale, in modo tale da avere un po’ più di controllo.

Sia ‘The Purge’ che ‘Entertain You’ qualche anno fa avevano mostrato questa vostra nuova facciata, questo cambiamento. In “Bleed Out” c’è molta varietà musicale e stilistica, in un certo senso: infatti, devo dire che i WT sono sempre cambiati di album in album e questo, in parte, ha sempre creato un po’ di chiasso tra i fan, poiché alcuni non accettavano, appunto, questi cambiamenti considerati troppo radicali e altri, invece, erano assai curiosi di vedere questa sorta di evoluzione artistica della band. Anche con questi ultimi singoli si evince, appunto, questa evoluzione, anche se devo dire che i primi segnali erano arrivati con ‘The Unforgiving’. Perché, secondo te, spesso la gente sembra non voler accettare il cambiamento che una band decide di intraprendere?

Credo che sia dovuto al fatto che negli ultimi anni siamo stati considerati maggiormente come una symphonic metal band: ad esempio, io considero “Mother Earth” e “Silent Force” come due album molto diversi tra loro, il primo, a modo suo, era un disco molto più “leggero”, suonava in modo molto positivo, mentre il secondo era molto più cupo, molto tetro, avevamo incluso anche quest’orchestra russa nell’album. Entrambi avevano delle differenze molto imponenti, erano tutti e due degli album sinfonici ma uno era il sole, l’altro la luna! Abbiamo sempre apportato modifiche e ci sono sempre piaciuti i cambiamenti, poiché ci ha permesso di esplorare le nostre abilità, ci ha dato l’ispirazione di creare più musica. Quando realizzammo “The Heart Of Everything”, sapevamo di aver davvero raggiunto quel sound symphonic e non volevamo più farlo, perché sapevamo di poter far di meglio nel modo in cui lo avevamo fatto noi stessi. Sapevamo di voler fare qualcosa di diverso, anche per permetterci di scrivere maggiormente, a tutti quanti noi piace comporre, sapevamo di non voler ripetere ciò che avevamo già fatto precedentemente e tutto questo ha portato alla nascita di “The Unforgivin”. Alcune persone lo hanno amato, altre lo hanno odiato, come al solito, molta gente non voleva che noi cambiassimo, ma noi non possiamo fermarci, è ciò che siamo, è ciò che ci piace fare. So che alcune persone hanno un particolare legame o connessione con alcuni nostri album, sono cresciute con loro, li adorano perché hanno condiviso ricordi preziosi, poi arriviamo noi, con un disco totalmente diverso e ti ritrovi i soliti ragionamenti: “No, vogliamo lo stesso disco, ma con canzoni diverse”. Non funziona proprio così! Non potremmo farlo nemmeno volendolo! Credo che sia una combinazione del fatto che molte persone si identifichino con quel particolare disco, si sentano più legati a causa di alcuni ricordi speciali e, di fatto, con l’arrivo di un nuovo album, non vi sia più quella medesima sensazione.

Within Temptation

Ora vorrei focalizzarmi un attimo sulla questione “live”. In Italia siete tra le band più amate nel genere, tant’è che ricordo che gli ultimi live italiani hanno registrato dei pienoni, con tanto di soldout annunciati qualche settimana prima dello svolgimento del concerto. Quale è il tuo rapporto con l’Italia?

Per quel che mi riguarda, a me piace molto suonare nel vostro paese, perché voi italiani siete molto dediti alla nostra musica. Ogni volta che penso che sia una situazione meravigliosa, mi ricredo e dico che lo è ancora di più, la gente è sempre molto entusiasta. Ho ancora una maglietta che ho preso a Milano e la indosso regolarmente, a proposito (Sharon ride, ndr). Ho incontrato bellissime persone, una di esse ci ha seguito in diversi tour e quando lo riconosco tra il pubblico, lo indico, pensa che molte volte ci ha portati in giro in diverse città, non in Italia, e ci proponeva di fare delle visite. Abbiamo passato così tante ore insieme a lui, ci siamo divertiti, questa è una delle tante storie che mi fa pensare a quanto sia bella l’Italia e a quanto siate davvero ospitali, tra l’altro mi piace davvero tanto il vostro cibo (Sharon ride di nuovo, ndr). Ciò che davvero mi piace tanto degli Italiani è vedere quanto siano devoti alla musica e mi porta a voler essere quel tipo di persona sul palco, avere questo genere di pubblico è la cosa migliore che si possa chiedere, sia sopra il palco, che fuori.

Forse te lo ricorderai vagamente, ma io purtroppo ho avuto modo di vedervi live solo una volta, nel lontano 2006 all’Evolution Festival. Lo ammetto candidamente: io ero là perché quel giorno si sono esibite tre delle mie band preferite, ovvero Wt, Cradle Of Filth e Dark Tranquillity. Negli anni successivi, per una serie di molteplici ragioni, mi è stato impossibile partecipare ai vostri live show. Da allora ad oggi i tempi sono ovviamente cambiati, come descriveresti i WT del 2023? 

Fondamentalmente, credo che la band non sia cambiata così tanto da quando è nata, ovviamente siamo cresciuti e abbiamo acquisito conoscenze, siamo diventati più schietti da allora, ma penso che ciò che ci ha spinti a creare musica sia la medesima cosa che ci spinge a farlo tuttora. Sai, la gente tende spesso a chiedere: “Quale è il tuo sogno? Cosa vorresti fare in futuro?”, la mia risposta è “Continuare a scrivere canzoni”, per me è un qualcosa di magico, quando componi il tuo primo disco o realizzi il tuo primo video musicale, per una band è un qualcosa di magico, di incredibile. Tuttora quando realizziamo un nuovo video, mi sento entusiasta quando vedo il risultato finale, ma niente può battere la prima volta! Ciò che non potrà mai cambiare è la sensazione di quando componi un nuovo brano, è come se fosse sempre la tua prima volta, è come se fosse una cosa nuova e non sai che cosa potrà uscirne fuori. Questo fatto non è mai cambiato e ne sono contenta, perché è lì che inizia la magia, è lì dove nasce la musica, per me è tutto, mi piace comporre cose nuove. Noi, come persone, come ti dicevo pocanzi, non siamo cambiati così tanto, abbiamo sempre cercato di fare qualcosa che ci rispecchiasse come individui, cose che ci facevano sentire bene con noi stessi, nonostante le etichette e la gente provassero ad indirizzarci verso lidi che non ci appartenevano. La maggior parte delle volte ci davano carta bianca, non tutto quanto, ma per quel che riguarda la musica avevamo la totale libertà, ci ha dato modo di rimanere in gioco. Sai, è una cosa che distrugge le persone quando sai che la gente possa fare meglio di te. Sono contenta che la band abbia avuto persone intorno che facessero il loro lavoro, perché, come dicevo prima, quando componiamo non sappiamo cosa possa uscire nel risultato finale. La maggior part delle volte si tratta di qualcosa di bellissimo ed altre volte, magari dieci volte di fila ti esce qualcosa che non è bella o interessante abbastanza, o che suona nella maniera giusta. È un processo che appartiene a noi ed è ancora così, sono contenta che siamo ancora in grado di fare queste cose.

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