Doom

Live Report: Forged in Doom @ Palaspirà, Spirano (BG) – 27/05/2023

Di Giulio Taminelli - 29 Maggio 2023 - 10:26
Live Report: Forged in Doom @ Palaspirà, Spirano (BG) – 27/05/2023

Live Report: Forged in Doom @ Palaspirà, Spirano (BG) – 27/05/2023
a cura di Giulio Miglio Taminelli

La prima edizione del Forged in Doom, festival nato con l’intento dichiarato di diventare un punto di riferimento per tutti i “doomster” italiani, trova la sua cornice nel nuovo centro fieristico di Spirano (Bg). L’evento, il cui incasso verrà devoluto all’Ospedale da Campo dell’ANA, vedrà quattro nomi europei di grandissimo e indiscusso spessore calcare il palco del Palaspirà: Lord Vicar e Cardinals Folly dalla Finlandia, The Temple dalla Grecia e gli italianissimi Epitaph.

Devo dirlo: ho atteso parecchio questa data, sia per via della sua posizione geografica (ammetto di essere un pochino “di parte” quando si tratta di concerti organizzati nella mia provincia) sia per la particolarità del genere proposto. Lo so che ai lettori probabilmente importerà poco ma, da reporter “costretto” a studiarsi decine e decine di gruppi in un contesto social che viaggia ormai ad una velocità quasi insostenibile, l’essere catapultato in un mondo musicale in cui tutto si muove in modo estremamente lento e “all’antica” fa sentire come Alice che, seguendo il Bianconiglio, si ritrova nel bizzarro paese delle meraviglie.

Quindi, senza ulteriori esitazioni, seguiamo questo coniglio e andiamo a scoprire cosa riserva il Forged in Doom.

Forged In Doom Festival

 

The Temple

Ad aprire la serata, subito una sorpresa.
I the Temple, gruppo doom d’esperienza quasi ventennale (nati originariamente con il fantastico nome di Scooby Doom) dalle sonorità decisamente in controtendenza rispetto ai combo che li seguiranno per via dell’utilizzo di una distorsione graffiante che ricorda per certi aspetti le chitarre del primo death californiano.

L’approccio dal vivo risulta di stampo classico, con un intro corale susseguito da ritmicità in quarti.

Già dai primi istanti risulta chiaro che l’intero concerto si reggerà sui vocalizzi e sulla pesantissima linea di basso del frontman Alexis Sarchosis, quest’ultima costruita in modo tale da permettere alle chitarre di pensare solamente alla melodia.

Sarà proprio lui, tra la terza e la quarta traccia, a prendere la parola per ringraziare i presenti per questa prima esperienza italiana che va a chiudere il tour europeo.

A voler cercare una nota negativa nei quarantacinque minuti totali d’esibizione, credo che la cattiva gestione dei tempi morti tra le canzoni e le presentazioni ridotte all’osso abbiano di fatto appiattito la prestazione generale che, ad ogni caso, considero più che positiva.

Scaletta

The Foundations
The Blessing
A White Flame for the Fear of Death
Profound Loss
Premonitions of the Final Hour
The Lord Of Light

 

Cardinals Folly

Un insolito doom, quello proposto dai Cardinal Folly, per via dell’utilizzo di temi e cadenze tipiche del genere ma con sonorità e distorsioni mutuate dallo stoner.
Questo crea in cuffia una strana ma piacevole sensazione che accosterei, seppur impropriamente, a quello del mondo delle garage band (ma con una tecnica ben superiore).

Il loro inizio è decisamente più dinamico rispetto a quello del combo precedente, con una batteria particolarmente agile e attiva. Rispetto alle registrazioni il ritmo generale risulta leggermente velocizzato, fattore comune a molti gruppi doom (un esempio nostrano su tutti, i purtroppo non più in attività Thunderstorm che in live arrivavano ad avere degli accenni al limite con l’heavy).

Nel voler creare un parallelismo con i The Temple, anche in questo caso è la sezione ritmica ad avere il ruolo da protagonista grazie a Joni Takkunen, batterista “quadrato” e dalla mano particolarmente pesante.

L’intera esibizione si manterrà in equilibrio tra ricerca del groove, anche per via del chitarrista Juho Kilpelä particolarmente “in vena”, e dei cambi di tempo da testa a ciondoloni di stampo doom tradizionalista.

Nota non legata necessariamente solo all’ambito live, ma ho adorato il fatto che il cantato fosse in finlandese.

Anzi, ho adorato proprio il cantante Mikko Kääriäinen per la capacità di tenere alto il ritmo anche nei tempi morti, presentando le canzoni e parlando dei componenti della band.

Insomma, una cinquantina di minuti di ottimo metal. In caso dovessero ritornare in Italia, spero di poterli rivedere con una scaletta più corposa.

 

Epitaph

Parlare degli Epitaph in un reportage è estremamente complesso. Come riassumere in poche righe l’esperienza musicale di una band che affonda le proprie radici negli inizi della scena musicale estrema italiana?
Solo nel volerne ripassare la discografia, ci si imbatte nel muro (affascinante) delle autoproduzioni underground di fine anni ‘80. Un universo metal distante dal nostro sia cronologicamente, sia nelle dinamiche. Passerò quindi direttamente all’esibizione live, consigliando comunque ai lettori di dare un’occhiata alla storia di questo combo.

Uno stendardo nero e un canto riverberato accompagnano gli Epitaph sul palco, mentre un teschio con gli occhi illuminati e una serie di note discordanti alla chitarra danno l’idea del reale cambio di atmosfera.

Qui non si parla più di trovare un’identità sonora al doom, qui si ripercorre la storia.

Se la comunità doom italiana è sempre stata guardata con rispetto in Europa, il motivo è da ricercarsi anche nelle sonorità degli Epitaph. Veri precursori del genere con una personalità unica e una distorsione facile da riconoscere quanto impossibile da dimenticare.

Come a voler variare il trend della serata, sono finalmente chitarra e voce a prendersi carico della costruzione sonora (anche se il basso plettrato aiuta parecchio), tratto distintivo di una buona fetta del metal nostrano, fortemente incentrato sulla melodia esattamente come vuole la tradizione musicale classica del Belpaese.

Il cambio di passo si fa sentire anche a livello di pubblico, con una sala decisamente più gremita e, soprattutto, parecchio partecipe.

Ci vorranno quasi venti minuti di concerto per avere una prima, piccola presentazione ma, almeno personalmente, mi ritengo più che soddisfatto delle modalità di gestione del cambio canzone, spesso sfumato, alle volte annunciato solo da uno stacco a livello di luci.

Un accenno particolare va fatto a Ricky dal Pane, cantante di altissimo livello dotato di polmoni invidiabili. Toccante la dedica a Faenza, sua città natale attualmente sofferente per i motivi che tutti purtroppo conosciamo.

In definitiva, ottima prova per il combo che, oltre a portare sul palco i classici, ha anche la forza di proporre nuovi brani dimostrando inequivocabilmente che, a dispetto di quanto si potrebbe pensare di una band con oltre trent’anni di carriera alle spalle, gli Epitaph hanno ancora parecchio da dire nel panorama doom internazionale.

Scaletta

Beyond the Mirror
The Battle of Inside
Sizigia
Nameless Demon
Embraced by Morms
Fall From Grace
Necronomicon

 

Lord Vicar

Fondati dal chitarrista Kimi Kärki nel 2007 sulle ceneri dei mitologici Reverend Bizarre, I Lord Vicar contano quattro album all’attivo in sedici anni anche se, analizzandone la carriera, è impossibile non notare quanto questi lavori rappresentino solo la punta dell’iceberg delle produzioni musicali della band, nota per la grande attività collaborativa e per il massiccio contributo alla scena musicale estrema finlandese.
Parlando di Finlandia, fa riflettere la presenza nella serata di ben due band finlandesi nate nello stesso periodo, ovvero la fine della prima decade del duemila, poiché questo fatto dimostra quanto in quel momento la scena doom fosse spaventosamente attiva in nord Europa. Ma non perdiamoci in chiacchiere e concentriamoci sul Live.

Dentro al palaspirà fa caldo, va ammesso.

Di conseguenza, ad ogni cambio palco i presenti ne approfittavano per uscire a prendere qualcosa da bere.

Ebbene, non mi era mai capitato di vedere un cantante scavalcare le transenne per riportare sotto palco il pubblico.

Meraviglioso.

Questo è l’inizio inusuale dei Lord Vicar, band d’annata e “dannata”.

Eccezionalmente vicini ai Black Sabbath per sonorità live, riescono a trovare una dimensione caratteristica grazie al sapiente utilizzo delle distorsioni di stampo stoner e alla bizzarra quanto stupendamente molesta presenza scenica del cantante svedese Christian Linderson, meglio noto con lo pseudonimo di Chritus.

Siccome siamo tornati musicalmente nel nord Europa, la zona ritmica riprende il controllo del palco, con il basso dalla vibrazione spacca costole di Fredrik Jansson che detta legge sulle ritmiche e i tempi dell’esibizione.

C’è poco da commentare: nel doom nordico la ritmicità tende ad avere pesantemente la meglio sulla melodia (non che sia un male, è solo un modo diverso di intendere il genere).

Ottima gestione dei tempi morti, splendidamente animati dal frontman (che per qualche strano motivo ogni tanto prendeva un accento alla Ian McKellen), la dimostrazione che spesso basta essere “umani” con il pubblico per cambiare il volto di un concerto, senza il bisogno di troppi dettagli inutili sul palco.

Unica nota negativa, la mala gestione della linea di chitarra da parte del fondatore Kimi Kärki, a mio avviso relegata ad una semplice traccia d’accompagnamento senza particolare spessore, comunque ampiamente recuperata grazie alla prestazione del chitarrista come potentissima seconda voce.

La chiusura del concerto vira su sonorità decisamente più British, con un cantato più ragionato e contenuto, splendidamente seguito da giri rock pesanti ma calmierati.

Insomma una sorta di catalizzatore per l’adrenalina accumulata durante la serata.

Presentazioni sui saluti finali e chiusura che hanno il sapore di un lento e splendido arrivederci.

Scaletta

Down the Nails
Pillars under Water
Sinking City
Sign of Osiris Slain
Born of a Jackal
The Temple in the Bedrock
Leper, Leper
Birth of Wine
The Funeral Pyre

A voler dare un giudizio a questa prima edizione del Forged in Doom, non posso che ritenermi soddisfatto. Certo, ci sono ancora parecchie spigolosità da smussare, ma le premesse per un festival a cadenza regolare ci sono tutte. Ad essere totalmente onesto, conoscendo molto bene il Palaspirà avevo seri dubbi sulla fattibilità del concerto per una questione di acustica.

Più che felice quindi di essere stato smentito da un’organizzazione che, seppur in fase chiaramente embrionale, è riuscita a creare qualcosa che vada oltre alle classiche logiche dei locali blasonati, creando un evento di buona qualità partendo dal basso e dal sociale.