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Live Report: Graspop 2018 21-24/06/2018

Di Davide Sciaky - 20 Agosto 2018 - 12:22
Live Report: Graspop 2018 21-24/06/2018

Galactic Empire

Iniziamo il secondo giorno di festival con un gruppo decisamente particolare: i Galactic Empire suonano cover dei brani della colonna sono di Star Wars in chiave Metal.
I membri della band si presentano sul palco travestiti da alcuni iconici personaggi della serie, Darth Vader, Boba Fett e altri, e tra il pubblico compaiono spade laser sventolate da alcuni fan che si sono attrezzati.
I pezzi sono suonati bene ed arrangiati con abilità diventando pezzi Metal convincenti, anche se ovviamente i presenti si trovano sotto al palco più in quanto fan di Star Wars che come fan della musica dei Galactic Empire in sé.
Il concerto è divertente e sembra convincere tutti i presenti.

 

Zeal & Ardor

È ora il turno di uno dei gruppi più interessanti dell’ultima manciata di anni, gli Zeal & Ardor.
La band guidata da Manuel Gagneux (qui la nostra intervista) suona un originale combinazione di Black Metal e di musica Spiritual che sembra aver quantomeno incuriosito non poche persone: il Metal Dome, il palco dove suonano, è strapieno alle due di pomeriggio!
Sul palco Manuel, che oltre che cantare suona anche la chitarra, è accompagnato da un altro chitarrista, una bassista, un batterista e due coristi; questi due sono essenziali per rendere al meglio il lato Spiritual della musica degli Zeal & Ardor.
Nei 45 minuti a loro disposizione i musicisti suonano ben 12 canzoni tratte dall’ultimo album, uscito poche settimane prima, così come del primo.
L’esibizione è intensissima con un Manuel dallo sguardo spiritato che urla come posseduto nel microfono, mentre gli altri musicisti, concentratissimi, lo accompagnano.
Il pubblico è indubbiamente incantato dato che gli applausi si fanno sempre più intensi man mano che lo show procede.
Promossi con lode!

 

Avatar

Tornando sul palco principale troviamo ora gli svedesi Avatar guidati dal lunatico clown Johannes Eckerström.
Come sempre negli ultimi anni la band indossa travestimenti e make-up che ci immergono immediatamente nell’”Avatar Country”, il loro universo immaginario, nonché titolo del loro ultimo album.
Avendo poco tempo a disposizione, purtroppo, dall’ultimo album suonano solamente ‘A Statue for the King’, canzone che apre il concerto, per poi continuare con sei canzoni che sono diventati classici per il gruppo, ‘Let it Burn’, ‘Hail the Apocalypse’ e così via.
Il gruppo è una macchina, ma gli occhi di tutti sono puntati inevitabilmente su Johannes che tra una linguaccia e uno sventolare di bastone guida il pubblico come un direttore di orchestra.
Al termine dello spettacolo rimane solo l’amaro in bocca per la breve durata, per il resto bravi Avatar!

 

Iron Maiden

Chi li ha visti a Firenze, Milano, Trieste o da qualche altra parte durante questo tour lo sa già: questo concerto, lo spettacolo messo su per il tour The Legacy of the Beast, è indubbiamente uno dei più grandiosi nella storia di una delle band più grandi del Metal.
È difficile parlare di un gruppo come gli Iron Maiden rimanendo oggettivi, ma cosa si può dire di un gruppo che, con un’età media dei membri di 60 anni, si mette in gioco con una scaletta inedita (alcuni pezzi prima di questo tour non venivano suonati da 10 anni o più) e con uno spettacolo mastodontico che riserva ad ogni canzone una scenografia diversa?
Bruce Dickinson si conferma uno dei più grandi frontman del Rock: a pochi anni dal tumore alla gola che poteva finire la sua carriera, e la sua vita, canta come e forse anche meglio di prima.
Nell’arco delle due ore circa di show il cantante si cambia una mezza dozzina di volte per andare ad interpretare al meglio le canzoni; tutti gli altri musicisti poi corrono su e giù per il palco non fermandosi un secondo e non sbagliando mai una nota.
Nella scaletta ritroviamo immancabili classici come ‘The Number of the Beast’ e ‘Fear of the Dark’, e le sorprese sopra citate come ‘Sign of the Cross’ e ‘Flight of Icarus’ suonate per l’ultima volta prima del tour rispettivamente nel 2001 e nel 1986.
Come dicevamo le scenografie sono impressionanti, lo show si apre con ‘Aces High’ e sopra il palco compare uno Spitfire, l’aereo protagonista della canzone, a grandezza quasi naturale; nell’arco dello show compariranno poi il “solito” Eddie alto 3 metri che duellerà con una spada con Bruce, un Icaro gigantesco, dei lanciafiamme maneggiati da Bruce e tanto ancora.
Dopo 16 canzoni, tra classici e chicche, il gruppo si ritira: nelle due ore di show i presenti hanno assistito ad un concerto che difficilmente dimenticheranno, tra musica leggendaria eseguita alla perfezione e scenografie di altissimo livello.
Giù il cappello.

 

Ayreon

Quello degli Ayreon è un concerto epocale per più di un motivo: innanzitutto è la prima apparizione della Metal Orchestra in un festival.
Poi si tratta solamente del quarto concerto di sempre della band guidata da Arjen Lucassen, genio eremita che fino a poco tempo fa sembrava non avrebbe mai portato il suo tanto amato progetto sui palchi.
Quello di questa sera è un concerto che potrebbe essere familiare a chi ha assistito ad uno dei tre concerti a Tilburg di un anno fa, o a chi ha visto il DVD filmato allora; non bisogna farsi ingannare, però, se tanti sono i punti i comune con i tre show precedenti c’è anche tanto che rende questo spettacolo unico.
Si comincia con ‘Age of Shadows’ ed ecco le prime sorprese (annunciate, è vero, ma non tutti magari hanno seguito gli annunci sulla pagina Facebook della band) con i cantanti che compaiono sul palco: Mark Jansen, Tom Englund e Simone Simons si alternano al microfono, insieme ad un – in formissima – John Jaycee Cuijpers che avevamo già incontrato in Olanda.
Quello del Graspop è infatti uno show molto simile per scaletta a quelli olandesi, solo un po’ più corta per il tempo limitato concesso agli Ayreon dal festival, ma con una lineup di cantanti molto diversa; un’altra sorpresa è data poi da ‘Sail Away to Avalon’, canzone che debutta dal vivo al festiva.
Il concerto è l’ennesima conferma dell’infinito talento di Lucassen nel trovare voci adatte a cantare le sue canzoni, l’ora e un quarto a disposizione degli Ayreon vola e il meraviglioso Prog dell’olandese conquista tutti i presenti che sono accorsi nel gremito tendone del Marquee.
Concerto epocale che dimostra ancora una volta come Arjen Lucassen sia spanne sopra un gran numero di suoi colleghi.